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altrimenti, psicoterapia, ricerca, non violenza

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Se vuoi essere creduto rispondi velocemente

Quando le persone fanno una pausa prima di rispondere a una domanda, anche solo per pochi secondi, le loro risposte sono percepite come meno sincere e credibili che se avessero risposto immediatamente, secondo una ricerca pubblicata dall’American Psychological Association. E più lunga è l’esitazione, meno sincera appare la risposta.

«Valutare la sincerità delle altre persone è una parte fondamentale delle interazioni sociali», dice l’autore principale dello studio Ignazio Ziano, dell’Ecole de Management di Grenoble. «La nostra ricerca mostra che la velocità di risposta è un segnale importante su cui le persone basano il giudizio sulla sincerità degli altri».

I ricercatori del team di Ziano hanno condotto una serie di 14 esperimenti che hanno coinvolto più di 7.500 individui di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. I partecipanti ascoltavano degli audio o guardavano il video di una persona che rispondeva a una semplice domanda (se, ad esempio, gli piaceva la torta fatta da un amico o se avevano rubato soldi sul lavoro). In ogni scenario, il tempo di risposta variava da immediato a un ritardo di 10 secondi. I partecipanti valutavano quindi la sincerità della risposta su di una scala di giudizio.

In tutti gli esperimenti i partecipanti hanno sistematicamente valutato le risposte ritardate come meno sincere, indipendentemente dalla domanda, sia quelle più innocue – ad esempio sulla bontà della torta – sia quelle più serie, come sull’aver commesso o meno un crimine.

In alcune condizioni, i ricercatori hanno scoperto che l’effetto si riduce. Ad esempio, se la risposta è considerata socialmente indesiderabile, come dire “no, non mi piace” quando un amico chiede se ti piace la sua torta, la velocità di risposta non sembra avere molta importanza; la risposta è considerata sincera sia che sia veloce che lenta. Inoltre gli studiosi hanno osservato che se i partecipanti pensavano che una risposta più lenta fosse dovuta a uno sforzo mentale (ad esempio, dover ricordare si era rubato delle caramelle 10 anni prima), anche in questo caso la velocità di risposta aveva un effetto minore.

Questi risultati hanno molte implicazioni, secondo Ziano: «Ogni volta che le persone interagiscono, giudicano reciprocamente la loro sincerità. I risultati del nostro esperimento possono essere applicati a una vasta gamma di interazioni, dalle chiacchiere sul posto di lavoro ai battibecchi fra coppie e fra amici. Inoltre, nei colloqui di lavoro o nei processi, le persone sono spesso giudicate in base alla sincerità. Anche qui dunque, la velocità di risposta potrebbe avere un ruolo».

Ad esempio immaginiamo che a un colloquio di lavoro il selezionatore chieda a due candidate, Ann e Barb, se conoscono davvero il linguaggio di programmazione Javascript, come sostengono. Ann dice di sì immediatamente, mentre Barb risponde di sì dopo tre secondi.

«Lo studio suggerisce che in questa situazione il responsabile delle assunzioni è più propenso a credere ad Ann che a Barb, e quindi è più propenso ad assumere Ann», ha detto Ziano.

Un altro ambito in cui il tempo di risposta può essere importante è in tribunale: «Sarebbe ingiusto per il testimone o l’accusato se il ritardo della risposta fosse attribuito erroneamente dalla giuria all’intento di “fabbricare” una risposta, quando in realtà può essere dovuto a un fattore diverso, come semplicemente l’essere distratti o riflessivi», ha detto Ziano.

Istruire esplicitamente i partecipanti a non tenere conto del ritardo di una risposta riduce l’effetto sul giudizio di sincerità o colpa, ha dimostrato inoltre lo studio, ma non lo elimina completamente. «Nel complesso la nostra ricerca mostra che una risposta rapida sembra essere percepita come più sincera, mentre una risposta ritardata anche di un paio di secondi può essere considerata una bugia “lenta”», conclude Ziano.

Articolo: Slow Lies: Response Delays Promote Perceptions of Insincerity, di Ignazio Ziano, PhD, Grenoble Ecole de Management, e Deming Wang, PhD, James Cook University. Journal of Personality and Social Psychology, pubblicato online il 16 febbraio 2021.

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Accettare la nostra rabbia durante la pandemia

Durante le (due, tre?) ondate della pandemia abbiamo attraversato varie fasi: all’inizio molte persone  hanno trovato grande difficoltà ad accettare le restrizioni per contenere il virus, altre ci sono riuscite con maggiore facilità, altre ancora hanno trovato le risorse per resistere alla preoccupazione e vivere il lavoro e le relazioni perfino con  maggior impegno. Tuttavia, il perdurare del pericolo sanitario e lo stress delle chiusure/aperture, delle zone gialle, arancioni e rosse ha imposto a tutti nuovi adattamenti anche sotto il profilo psicologico e portato a un alternarsi di emozioni che non sempre è facile accettare o gestire.

Ad esempio l’esperta di psicologia Tamsen Firestone, ha raccontato nel suo blog come durante la primissima fase della pandemia, nella primavera dello scorso anno, si era impegnata con ottimi risultati nel cambiare il proprio stile di vita per adattarlo alle esigenze del lockdown (ormai lo sappiamo bene: lavorare in modalità smart, fare le riunioni su zoom, farsi consegnare la spesa a casa, passeggiare con il cane e cucinare). Dopo l’estate la dottoressa ha cominciato a sentire un ottundimento, un sottofondo di solitudine e tristezza, come un senso di essere «tagliata fuori da elementi significativi della mia vita», che è riuscita comunque a superare. Ma nell’ultimo periodo, con l’inizio del 2021, la dottoressa Firestone ha notato in lei l’emergere una nuova, inaspettata emozione: la rabbia. Un’emozione che però non riusciva ad accettare e nemmeno a capire fino in fondo: «Semplicemente non ha senso. Le cose stanno decisamente migliorando. Alcuni dei miei amici sono già stati vaccinati e probabilmente anche io lo farò presto. C’è la sensazione che non solo possiamo vedere la luce alla fine del tunnel, ma anche che nei prossimi mesi ci arriveremo effettivamente. Allora perché questa rabbia?».

Riflettendoci più approfonditamente, la dottoressa Firestone capisce che probabilmente la rabbia è legata allo sforzo compiuto durante tutti gli ultimi mesi per mantenere una visione positiva, impegnarsi al meglio nell’eseguire i compiti quotidiani. Pensavo, spiega, di non avere il permesso di arrabbiarmi, visto che tante persone intorno a me a soffrivano di problemi più gravi: «Arrabbiarsi è una debolezza e ho bisogno di essere forte. Essere arrabbiati significa essere egoisti e infantili».

Il cuore della questione è proprio qui: in realtà la rabbia spesso deriva dall’essere frustrati nel perseguire ciò che conta per noi. In questo senso, è un riconoscimento di ciò che è importante per ognuno di noi. Quando neghiamo la nostra rabbia, neghiamo ciò che è significativo per noi, ci “spegniamo” e perdiamo la nostra vitalità.

Essere arrabbiati per non poter incontrare i figli o i nipoti, abbracciarli, non potersi muovere o viaggiare, perfino essere irritati per non poter uscire a cena fuori non significa dunque che siamo egoisti o insensibili alla sofferenza degli altri. Non toglie la compassione, la gratitudine e l’ottimismo che proviamo davvero. C’è una gran differenza fra provare sentimenti di rabbia e agire in preda alla rabbia: se i sentimenti di rabbia sono accettabili e dovrebbero avere libero sfogo nella nostra coscienza, la stessa libertà non vale per le nostre azioni. Abbiamo la piena responsabilità di tutti i nostri comportamenti verso gli altri e farsi trascinare dall’ira è sicuramente una risposta sbagliata, anche in una situazione difficile.

Inoltre, per gli adulti provare rabbia permette di lasciarla andare e proseguire oltre. Commenta infine la dottoressa Firestone: «Forse il fatto che questo incubo sembra volgere al termine mi ha permesso di rendermi conto che sono arrabbiata.  E mi sono sorpresa nello scoprire che non sono l’unica, le persone con cui ho parlato di recente hanno espresso la stessa frustrazione, impazienza e irritabilità. E hanno provato la stessa confusione e disapprovazione per le loro reazioni. Insomma, anche se so che tutti i sentimenti sono naturali e fanno parte dell’essere umano, continuo a dimenticare che essere arrabbiati va bene. Devo ricordarmi di accettare la rabbia con la stessa semplicità del Dalai Lama, che pare abbia detto: “Se un essere umano non mostra mai rabbia, allora penso che qualcosa in lui non va”».

Ph: Minervastock; courtesy Depositphoto.

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Pensi di essere un “fake”? Non sei il solo, è la sindrome dell’impostore

“Un giorno gli altri scopriranno chi sono veramente, e allora sarò nei guai”: milioni di persone ogni giorno hanno preoccupazioni di questo tipo. Sono i pensieri che caratterizzano la sindrome dell’impostore, che può impedire alle persone di godersi i propri successi e vivere la vita con serenità.

La dottoressa Susan David è un’esperta nel campo e aiuta le persone ad affrontare la sindrome dell’impostore da molti anni. In un articolo apparso su McLean (Harvard Medical School) scrive che: “Possiamo definire la sindrome dell’impostore il pensare che siamo incompetenti o non abbastanza bravi, nonostante le prove del contrario”. Impiegati che pensano di non meritare un aumento o una promozione nonostante anni di ottimo lavoro, studenti che si sentono fuori posto tra i loro compagni di classe anche se hanno voti alti, amici che si sentono immeritevoli di essere accettati e temono di essere “scoperti”. Sono tutti esempi di come può manifestarsi la sindrome dell’impostore.

La dottoressa David spiega che la maggior parte delle persone sperimenta la sindrome dell’impostore nel corso della propria vita: «È importante sottolinearlo, perché molti pensano di essere i soli a sentirsi così. Invece capita a tanti, comprese persone altamente efficienti e competenti». Lo racconta ad esempio l’imprenditore tech australiano Mike Cannon-Brookes in una divertente Ted Conference del 2017, parlando della sua storia. Anche mentre riceveva un premio internazionale si sentiva «di non meritare di essere lì, di non essere all’altezza e che a un certo punto qualcuno lo avrebbe capito e ci avrebbe rispediti a casa, in Australia».

 

La sindrome dell’impostore si manifesta spesso e volentieri negli ambienti di lavoro. Ci sono persone anche molto competenti su un argomento che però nelle riunioni restano in silenzio, pensando fra sé: “Come sono capitato in questa stanza con persone che sono chiaramente più intelligenti di me? Scopriranno subito che sono un falso”. Il problema può ulteriormente complicarsi quando la sindrome dell’impostore si unisce a pregiudizi culturali: «Io lavoro molto con scienziate. Sono professioniste con abilità e competenze verificate sul campo, ma molto spesso si trovano in situazioni lavorative in cui sono le uniche donne. E qui entrano in gioco i pregiudizi e gli stereotipi: queste donne, che già sono in una posizione stressante, possono chiedersi se hanno davvero diritto di essere lì o stanno solo “fingendo”», spiega la dottoressa.

Non c’è una sola causa della sindrome dell’impostore. Tuttavia genitorialità, cultura e personalità giocano un ruolo importante. «Quando ci viene insegnato che il valore di una persona è legato solo a ciò che sa (come ad esempio all’andare bene a scuola), la possibilità di “non sapere” qualcosa può sollevare problemi di identità e di conseguenza far nascere la paura di essere “scoperti”. Spesso troviamo la sindrome dell’impostore nei perfezionisti o in persone estremamente coscienziose, che si preoccupano sempre di fare un lavoro di qualità e di dare un contributo efficace». Preoccuparsi della qualità del proprio lavoro e dell’impatto del proprio contributo è solitamente qualcosa di positivo, tuttavia, «dove queste qualità diventano un problema è quando sono legate al proprio senso di valore, o quando ci si identifica così tanto con queste qualità da non essere flessibili».

Indipendentemente dalla professione, dal sesso, dall’età o dalla cultura, chiunque soffra di sindrome dell’impostore può fare molto per affrontarla e sconfiggerla. «Sii compassionevole con te stesso», raccomanda la dottoressa David. «Comprendi che i tuoi pensieri e sentimenti possono derivare dall’essere un perfezionista o autocritico. Sappi che stai cercando di fare un buon lavoro in circostanze complicate. Capiterà qualche volta che non saprai la risposta e che le cose saranno difficili».

La dottoressa David invita le persone a non cercare di respingere i pensieri negativi, ma di provare a riaffermare le cose che apprezzano di più. «Quando le persone si concentrano sui loro valori, come la crescita personale o l’apprendimento o chi vogliono davvero essere, sono maggiormente attente a ciò che più importa e meno inclini ad ascoltare la voce della sindrome dell’impostore».  

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“Marasma”, un film per non dimenticare le donne e i bambini nei manicomi

Una storia di cui si sa poco e per questo forse tanto più dolorosa: è quella dei bambini e delle donne internati nei manicomi prima che la rivoluzionaria legge Basaglia li chiudesse per sempre nel 1978. La racconta Cinzia Lo Fazio, autrice e produttrice del documentario Marasma, diretto dal regista Luigi Perelli e presentato il 29 gennaio in un evento Zoom promosso dalla Società Italiana di Psichiatria Democratica insieme al Centro Studi e Documentazione “Luigi Attenasio-Vieri Marzi“.

Come ha spiegato l’autrice durante l’incontro, il titolo del film (vincitore del Caorle Film Festival 2020) è nato durante le sue ricerche all’ex manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma: le cartelle cliniche dei piccoli pazienti riportavano spesso come causa di morte la parola “marasma”. «Un termine che mi ha subito colpito moltissimo: ho scoperto poi che in medicina indica un estremo deperimento fisico e mentale. Quei bambini morivano di stenti nelle strutture che avrebbero dovuto curarli».

E i racconti che fanno i sopravvissuti, uomini e donne oggi 60-70enni profondamente segnati da quella terribile esperienza, sono atroci. «Ogni notte ci legavano mani e piedi al letto con delle fascette, ma alcuni potevano rimanere legati così anche settimane o mesi», ricorda Angelo, portato dalla madre a 6 anni a Villa Azzurra a Grugliasco (Torino), «Era come stare in croce: dico sempre che forse non sono più cattolico perché in croce ci sono già stato».  Chi entrava in quelle camerate con pazienti immobilizzati al letto per giorni e mai puliti veniva assalito dal fetore nauseabondo di escrementi. «Quell’odore di urina e segatura non te lo scordi finché vivi», rammenta ancora Angelo.

Il giornalista Alberto Gaino, autore del libro Il manicomio dei bambini, precisa che molti dei bambini rinchiusi negli istituti erano i figli più poveri e fragili del boom economico e demografico degli anni Sessanta, gli ultimi delle numerose famiglie di emigranti che si trasferivano nelle città del Nord per lavorare e non riuscivano a occuparsi di loro. Ancora fino ai primi anni ’70, ricorda il neuropsichiatra infantile Maurizio Andolfi, «la psichiatria infantile era relegata letteralmente negli scantinati: a volte genitori poverissimi ci portavano i figli avvolti nella carta di giornale». Secondo alcune stime furono circa 200mila i bambini rinchiusi in 5000 strutture italiane pubbliche e private, dal dopoguerra al 1978.

Si finiva in veri e propri lager come Villa Azzurra per molto poco, a volte bastava essere figli illegittimi: da lì si cominciava una discesa all’inferno che spesso durava tutta la vita, passando direttamente dal manicomio dei minori a quello degli adulti. È la «pedagogia nera» ben descritta da Antonello D’Elia, presidente di Psichiatria Democratica, nel presentare Marasma.

Nei manicomi venivano rinchiusi non solo i bambini ma anche le donne, magari perché avevano avuto figli fuori dal matrimonio o si rifiutavano di sposarsi con uomini scelti dalla famiglia. «La società era pronta a glorificare il femminile quando si esprimeva nelle forme canoniche e accettabili  di sposa e madre, a mortificarlo invece quando veniva visto come eterodosso», nota Annacarla Valeriano (autrice di Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista, 2017).

Ascoltando oggi le storie di questi ex pazienti sembra incredibile che alcuni di loro ce l’abbiano fatta, sopravvivendo alla violenza, all’abbandono, agli elettroshock. «Eppure ci sono riusciti, e proprio attraverso storie di riscatto come quella di Angelo Marasma vuole essere un messaggio di speranza», commenta Cinzia Lo Fazio, «oltre che fare luce anche per un pubblico non specialistico su un fenomeno di cui non si sa ancora abbastanza».

Perché, come hanno notato molti dei relatori durante l’evento di presentazione, il pericolo sempre dietro l’angolo è che le logiche dell’istituzione manicomiale, permeate dall’idea di segregare e annullare i diversi o i più deboli, possano ritornare sotto altre forme se non ne manteniamo viva la memoria.

 

 

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La salute mentale degli adolescenti è ancora più a rischio con il Covid

In Italia i servizi psichiatrici per gli adolescenti sono da sempre molto carenti e, a fronte di un periodo durissimo con il primo lockdown primaverile, le restrizioni contro la pandemia degli ultimi mesi e le incertezze sulla scuola, la sofferenza psicologica dei più giovani rischia di non trovare chi possa curarla adeguatamente. Un dato fra tutti: se consideriamo che in tutta Italia i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori sono soltanto 92, capiamo come spesso i ragazzi che hanno bisogno di un ricovero si ritrovino accanto a pazienti adulti o in reparti pediatrici generici, del tutto inadatti a seguirli come avrebbero bisogno.

I numeri che emergono dagli operatori sanitari sono davvero preoccupanti: gli atti di autolesionismo e di tentativi di suicidio fra gli adolescenti sono in aumento ormai da qualche anno, e il carico di ansia e stress portato dalla pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione. I ragazzi si fanno male tagliandosi sulle braccia, le gambe, alcuni arrivano a tentare il suicidio gettandosi dalla finestra o ingerendo grandi quantità di tachipirina o mix letali di pillole.

Come spiega a L’Espresso il Prof. Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: «Vediamo negli anni un incremento notevolissimo delle attività autolesive e dei tentativi di suicidio: nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Sebbene le statistiche ufficiali ci dicano che il numero dei suicidi è in leggero calo tra gli adolescenti, l’attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentativo di suicidio».

Numeri allarmanti arrivano anche all’ospedale Regina Margherita di Torino: i ricoveri per tentato suicidio nel Reparto di Neuropsichiatria infantile sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e, nello stesso periodo, nel Day hospital psichiatrico, l’ideazione suicidaria è passata dal 10% all’80% dei pazienti in carico.

Anche senza arrivare alla sofferenza che si manifesta in atti di autolesionismo o in tentativi di suicidio, in questi mesi resi difficili dall’angoscia per la pandemia, dalla privazione di molti dei contatti sociali “fisici” e dai problemi della didattica online i ragazzi manifestano, com’è comprensibile, emozioni molto negative: amarezza e pessimismo sono i tratti che evidenziano per primi, ad esempio, in una recentissima indagine Ipsos su I giovani ai tempi del Coronavirus. La rilevazione, condotta per Save the Children su studenti tra i 14 e i 18 anni, certifica che per il 46% degli adolescenti il 2020 è stato un “anno sprecato”.  Alla domanda “Cosa pensi che accadrà dopo il vaccino?” solo il 26% ritiene che “tornerà tutto come prima” mentre la stessa percentuale pensa che “continueremo ad avere paura”, e il 43% ritiene che anche dopo il vaccino, “staremo insieme in modo diverso, più online”.



 




 

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Che cos’è l’empatia (e perché è molto diversa dalla simpatia)

L’empatia fa nascere una connessione, un legame fra le persone, mentre la simpatia porta a disconnettersi dagli altri. In questo bellissimo corto animato prodotto dall’inglese RSA (Royal Society of Arts) la dottoressa Brené Brown spiega come si può imparare a essere più empatici e perché è così importante.

Con la “fiaba” dell’orso, della volpe e del cervo Brené Brown ci ricorda che possiamo creare una connessione empatica vera solo se siamo abbastanza coraggiosi da metterci in contatto con le nostre fragilità. Del resto, qual è il modo migliore per alleviare le sofferenze di un’altra persona, un familiare, un amico o un semplice conoscente? “La verità è che raramente una risposta può migliorare le cose, ciò che davvero può essere d’aiuto è la connessione fra le persone”, risponde Brown.  

Brené Brown è una ricercatrice, professoressa e autrice del libro Osare in grande. Come il coraggio della vulnerabilità trasforma la nostra vita in famiglia, in amore e sul posto di lavoro (edizioni Ultra, 2013). È conosciuta per i suoi studi, oltre che sull’empatia, sulla vulnerabilità, il coraggio, il merito e la vergogna.  

Voce: Brené Brown; Animazioni: Katy Davis (Gobblynne) www.gobblynne.com; Produzione: Al Francis-Sears e Abi Stephenson

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Padri e figlie, insieme contro gli stereotipi

Girolamo Grammatico, coach umanistico (fra poco ci spiegherà cosa significa) ha scritto un libro che tutti i papà dovrebbero leggere. Ma anche se l’ha intitolato Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”, contiene spunti preziosissimi per ogni genitore e più in generale per chiunque voglia saperne di più su questioni come sessismo, maschilismo, patriarcato, tanto per citare alcuni dei concetti che ricorrono di più nella riflessione di Girolamo, che ha una capacità speciale di “smontarli” delicatamente pezzo per pezzo.

L’obiettivo dichiarato del tuo libro è ambizioso, lo cito per intero: «Cogliere l’opportunità del rapporto fra padre e figlia per indagarlo dal punto di vista del coaching, offrire uno strumento ai genitori per migliorare la propria competenza educativa e realizzare un effetto domino di rinnovamento culturale». Rapporto padre e figlia, dunque: cominciamo da qui?

Se la nascita di un figlio è sempre qualcosa che ti cambia la vita, per un uomo quella di una figlia è l’opportunità per una riflessione ulteriore. Mia figlia Gaia, di 9 anni, mi chiede che padre sarò o, meglio, che padre desidero essere, ponendomi subito una questione di genere: io sono un maschio, comincio a rendermi conto che il mondo è maschio-centrico, come voglio dunque gestire il problema? Ecco, se un padre si fa queste domande ha già messo un piede fuori dallo stereotipo. Se non se le fa, è probabile che viva la propria vita e la relazione con sua figlia col “pilota automatico”, rischiando di crescere una figlia sottomessa o ribelle non perché è il suo carattere, ma perché non è stato capace di costruire con lei una relazione matura.

Un altro elemento fondamentale di Padri e figlie è il coaching. Che tipo di coach sei e in che cosa il tuo lavoro ti aiuta nell’apprendimento alla genitorialità?

Io sono un coach umanistico, la tipologia di coaching che allena le potenzialità della persona e parte da queste affinché diventino virtù ed eventualmente talenti, eccellenze. Il coach umanistico non agisce direttamente sul problema, ma sulle risorse interiori affinché da lì nascano le soluzioni. Si tratta di un approccio sì filosofico, ma anche e soprattutto pratico, perché il coach (da qui il nome) deve mirare all’allenamento dell’altro: non si deve limitare al dialogo con il suo coachee (cliente), ma appunto deve essere fedele al mandato di coaching che significa allenamento, esercizio. E si tratta di un allenamento alla portata di tutti: lo provi, se funziona bene, sennò lo cambi, senza remore e sensi di colpa.

E quindi fai il coach di tua figlia?

Assolutamente no! In questo caso sono solo il coach di me stesso. Infatti, quando mi capita di esagerare, è proprio Gaia che me lo fa notare: dài papà, ora basta con questa saggezza… Succede ad esempio quando, guardando un film, colgo lo spunto per un qualche discorso e lei fiuta subito l’aggancio educativo, pedante, fermandomi. Un altro esempio: l’altro giorno mia figlia doveva comprare un regalo per una sua amica, le ho suggerito qualcosa e mi ha risposto sicura che «non tutte le famiglie sono femministe». Oltre al fatto che Gaia è una persona a me vicina, un mio familiare, questo accade per un motivo da manuale: non si può fare coaching se non c’è domanda di coaching. E sicuramente i bambini non vengono a chiederti di allenarli…

Girolamo Grammatico, autore di Padri e figlie
Girolamo Grammatico, autore di “Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”

Nel libro auspichi che l’educazione alla parità di genere in famiglia possa avere un effetto domino sulla società. Quali sono ancora oggi le barriere da abbattere?

Sicuramente il bersaglio principale resta la cultura patriarcale. Che ha due limiti principali, oggi sempre più evidenti: la scarsa capacità di gestire le emozioni e di comprendere le diversità. Parto da questo secondo punto, caldissimo: il patriarcato teme le diversità perché è rigido e verticistico, mentre la diversità è parallela, composita, eterogenea. Il patriarcato vede il mondo diviso in maschi e femmine bianchi ed eterosessuali, ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va: il mondo è più complesso, ricco, “sottosopra”. Quello che dobbiamo fare è educarci alla diversità, accettandola non passivamente ma come alterità da comprendere. Certo, in molti fanno fatica – e anch’io mi ci metto qualche volta – a capire tutte le sfumature della diversità, ma l’atteggiamento migliore è quello del curioso, come se dovessimo fare un “collaudo” delle nostre convinzioni (prendo a prestito quest’idea da Bruno Mastroianni). Ed è un concetto interessante, perché “collaudandosi” si arriva a qualcosa che supera quello da cui si è partiti. Anche sul primo punto, la scarsa alfabetizzazione ai sentimenti, c’è molto da fare. Siamo purtroppo abituati a identificare ed esprimere pochi sentimenti base, come gioia, dolore, rabbia, paura, tristezza. Ma c’è un vocabolario dei sentimenti vastissimo e quando mi alfabetizzo ai sentimenti li riconosco anche negli altri, entro in empatia con molta più facilità. Del resto, come aveva capito l’antropologo Robert Levy già cinquant’anni fa, se ti mancano le parole per raccontare il tuo mondo interiore l’unico modo che hai per esprimerti è la rabbia.

A proposito di parole: è lì che si annidano molte trappole del sessismo…

Espressioni come “non fare la femminuccia, donna al volante, guarda che bravo mammo”: sembrano innocue, ma dietro nascondono una visione del mondo stereotipata e discriminatoria, in cui raramente le parti si invertono. La forza del patriarcato oggi è che non si presenta più con la faccia severa del passato, ma con il volto benevolo di chi è superiore alle mode, è inclusivo, paternalistico. Intendiamoci: non dico che dobbiamo star lì a puntualizzare su ogni cosa, ma quando abbiamo l’occasione di smontare questi meccanismi anche linguistici con i nostri figli, ebbene facciamolo. E a quelli che mi chiedono: ma tu cosa faresti per rimediare alla crisi del maschile? Rispondo che già vedere tutto questo come una crisi del maschile è inquadrarlo secondo un’ottica patriarcale, è il maschilismo che si ribella. Questo non è il maschile: il maschile è corale, è fatto di tante cose, non di stereotipi.

Vorrei chiudere la nostra chiacchierata con uno dei workout che proponi nel libro: «Per la prossima settimana, ogni volta che parlerai con una donna ascolta in silenzio fino alla fine. Non intervenire finché non richiesto e non dare consigli se non ti vengono espressamente domandati». Con questo “esercizio” metti il dito in un punto dolente, quello che in inglese si chiama mansplaining.

Viene da man ‘uomo’ + explain ‘spiegare’ ed è qualcosa che probabilmente tutte le donne hanno sperimentato prima o poi: indica l’uomo (un capo, ma anche un compagno, un marito, un amico) che arringa una donna come se sapesse tutto lui, quando magari invece è lei che ne sa di più. Questo esercizio, che viene dalla comunicazione empatica, va però al di là della questione della parità di genere: aiuta a educarci all’ascolto, una capacità che usiamo molto poco, abituati come siamo a parlare più forte per avere ragione. Quante volte ci succede che mentre il nostro interlocutore parla stiamo già pensando alla risposta? È sempre un retaggio della cultura autoritaria in cui siamo cresciuti. Il workout che hai ricordato ci aiuta a rimanere focalizzati sull’interlocutore, senza annullarci, ma rendendoci consapevoli di questi meccanismi invasivi e condizionanti che ci allontanano da una vera connessione con l’altro e l’altra.

Ph: Mael Balland (Unsplash).

 

 

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Esce in Italia il libro più diffuso negli USA per i familiari di persone con disturbo borderline

È uscito da poco per Erickson il volume “Superare il disturbo borderline di personalità” di Valerie Porr, fondatrice dell’onlus internazionale TARA (Treatment And Research Advancements for Borderline Personality Disorder): non un testo accademico, ma una vera e propria Guida pratica per familiari e clinici, come recita il sottotitolo. altrimenti ne ha parlato con le due curatrici dell’edizione italiana: Elisabetta Pizzi, psicologa e psicoterapeuta DBT, e Francesca Gallini, pediatra e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Elisabetta, cominciamo con lo spiegare che cos’è il disturbo borderline di personalità.

EP: Il disturbo borderline di personalità è essenzialmente un disturbo del sistema emotivo: le persone che presentano questa diagnosi hanno una vulnerabilità emotiva, su base biologica, che consiste nell’avere emozioni molto più intense degli altri e grande difficoltà nel gestirle, ad esempio difficoltà a tornare calmi se si arrabbiano, a placare l’agitazione se sono particolarmente ansiosi o a riattivarsi se sono depressi o tristi. La difficoltà di cui parliamo è appunto biologica e le persone che soffrono del disturbo senza un trattamento specifico non riescono a gestire questa parte emotiva, pur  desiderandolo intensamente:  hanno assoluto  bisogno di un allenamento psicologico mirato ad  abbassare l’intensità delle loro emozioni.

Un’altra caratteristica è che le persone con disturbo borderline di personalità si attivano con pochissimo: a volte basta anche lo sguardo di una persona che magari per motivi propri è arrabbiata per farli sentire rifiutati o attaccati. È come se vivessero faticosamente in un mondo che attiva tanti stimoli e da cui in qualche modo si devono difendere, è come se avessero continue esplosioni emotive interne che possono portarli ad avere molti problemi relazionali. Il dolore che questi pazienti provano a volte arriva a essere così intenso da far nascere in loro idee suicidarie e comportamenti autolesivi o parasuicidari (ovvero comportamenti che non sono finalizzati a uccidersi ma che possono comunque portare alla morte, come guidare sotto l’effetto di stupefacenti o alcol e tagliarsi le braccia). Questa vulnerabilità emotiva li porta a essere molto impulsivi.  Una delle emozioni che gestiscono con più difficoltà è la rabbia, per cui a volte hanno degli scatti d’ira violenti; oppure sperimentano stati di solitudine fortissima, anche se si trovano in presenza di altre persone, o di vera e propria angoscia se devono esporsi in situazioni di performance. Per tutti questi motivi faticano ad avere relazioni, anche perché nei momenti di crisi possono arrivare ad avere comportamenti aggressivi nei confronti dei loro familiari, che vivono a loro volta in uno stato di grande sofferenza.

Da che età si può cominciare a parlare di disturbo border?

EP: Tradizionalmente i protocolli medici imponevano che la diagnosi si facesse solo dopo i 18 anni, ma da un po’ di tempo esperti soprattutto statunitensi hanno iniziato a parlare di diagnosi precoce, anticipandola anche all’inizio dell’adolescenza. Oggi si incentiva proprio la diagnosi precoce, per poter intervenire prima possibile e prevenire il carico di sofferenza che altrimenti questi pazienti sono destinati ad accumulare negli anni. Se parliamo di vulnerabilità genetica, probabilmente si potrebbero vederne i sintomi fin dall’infanzia, ma non ci sono ancora studi evidence based che dimostrino quali tipologie di vulnerabilità infantile possono portare allo sviluppo del disturbo borderline. Guardando ai dati, in Italia non esistono studi epidemiologici specifici, ma gli studi internazionali indicano un tasso di incidenza del disturbo border fra l’1 e il 5%. Numeri molto significativi, insomma.

Il lavoro di Valerie Porr è molto noto negli Stati Uniti, ma ancora non Italia: Francesca, come avete incontrato questo libro e perché è importante averlo tradotto?

FG: Me ne parlò tempo fa un familiare di Genova, Barbara Corbin: quando l’ho letto per la prima volta in inglese ne sono rimasta folgorata. Finalmente un libro che insegnava ai genitori, con un linguaggio chiaro per non addetti ai lavori e ricco di esempi pratici, che cos’è questo disturbo e come gestirlo. Con Elisabetta e altre mamme di Genova ci siamo presto rese conto che in italiano non esisteva niente di simile e che dunque era necessario venire incontro al bisogno di tanti pazienti e delle loro famiglie, dando loro soprattutto la speranza che si può per davvero stare meglio. Il concetto alla base del volume è che intorno alla persona che soffre c’è un’intera famiglia che soffre e di cui nessuno si occupa. Inoltre, se si fanno dei trattamenti sui pazienti molto gravi che vivono in casa o sugli adolescenti senza integrare la famiglia, si rischia che siano quasi inefficaci: dunque, se si vuole curare i pazienti border, diventa fondamentale prendersi carico anche delle loro famiglie. Valerie Porr racconta poi molto bene perché spesso i familiari delle persone con il disturbo borderline di personalità hanno difficoltà ad essere credute e capite dagli amici o altri familiari. Spiega infatti che i border possono avere una “competenza apparente”: in alcuni ambienti (come la scuola o il lavoro) funzionano sufficientemente bene, mentre a casa, in un ambiente emotivamente più coinvolgente, tirano fuori tutti i loro sintomi. E spesso i familiari, che hanno a che fare con loro in questi momenti di disregolazione, se parlano con persone esterne, hanno la sensazione di inventarsi le cose.  Innanzitutto quindi leggere nero su bianco che non sono soli e che la loro esperienza è condivisa da molte altre persone può dare a questi familiari immediato sollievo.

Valerie Porr insegna ai genitori delle tecniche per la gestione del disturbo border basate su due metodologie scientificamente riconosciute: la DBT e il trattamento basato sulla mentalizzazione. Di che si tratta?

EP: È un punto molto importante. Per quanto riguarda la DBT, ideata da Marsha Linehan, è attualmente uno dei trattamenti più diffusi ed efficaci del disturbo border, con più di 20 studi di efficacia (contro i 2-3 degli altri trattamenti). Un elemento chiave di questa terapia è lo sviluppo della capacità di accettare la vita così come è. L’“accettazione” è qualcosa che devono imparare in primo luogo i pazienti stessi, che purtroppo si trovano a dover accogliere un passato e un presente di profonda sofferenza e un futuro spesso molto incerto, ma Marsha Linehan ribadisce anche l’importanza di insegnare l’accettazione ai terapeuti, che devono a loro volta accettare i comportamenti difficili di questi pazienti (che possono essere anche molto aggressivi nei loro confronti, non venire alle sedute, rifiutarsi di pagare e così via), senza essere punitivi e puntando invece alla comprensione dei meccanismi che li mantengono e al cambiamento in base a dei tempi realistici.  

Il trattamento basato sulla mentalizzazione si fonda invece sugli studi degli inglesi Peter Fonagy e Antony Bateman (2004), secondo cui chi ha un disturbo border non ha sviluppato un’adeguata capacità riflessiva sui propri pensieri ed emozioni e su quelli degli altri. Secondo questi scienziati per curare il disturbo borderline è necessario insegnare ai pazienti a riflettere sui propri pensieri ed emozioni e sui fraintendimenti che possono nascere a livello relazionale con gli altri. Anche questo trattamento è risultato efficace dal punto di vista scientifico. Su presupposti in parte simili si basa anche la terapia metacognitivo-interpersonale, un trattamento tutto italiano, anch’esso studiato scientificamente e con prove di efficacia, che è stato sviluppato qualche anno prima rispetto agli studi di Bateman e Fonagy presso il Terzo Centro di Psicologia Cognitiva, un centro clinico e di ricerca di eccellenza per la cura dei disturbi di personalità che ha sede a Roma. Anche secondo questi studiosi, quindi, riuscire a stimolare un pensiero consapevole sui propri impulsi aiuta a ridurre la reattività emotiva delle persone.
Basandosi su questo tipo di studi, Valerie Porr aiuta i familiari a usare modalità più riflessive nell’analisi delle situazioni relazionali con i loro figli, stimolando la capacità di  “mentalizzazione” dei genitori.  

Da quanto descrivete sembra che il libro possa essere una guida fondamentale per chiunque vive con una persona con disregolazione emotiva…

FG: Proprio così: tuttavia può essere di grande aiuto anche per chi sta accanto a una persona traumatizzata, per farla vivere in un ambiente meno sollecitante dal punto di vista della riattivazione relazionale. In generale è un libro molto utile per tutti i familiari che si rapportano a un proprio caro con disregolazione emotiva, ossia con chi ha delle emozioni molto forti, che sia una persona traumatizzata o con disturbo bipolare o con disturbo borderline. Addirittura si potrebbe dire che è un libro utile a tutti: le tecniche che insegna, dalla validazione all’accettazione radicale e alla mentalizzazione, servono a ognuno di noi nel quotidiano, col collega nervoso, con la cameriera al ristorante che è troppo indaffarata per vederti, con  l’automobilista disattento che ti viene addosso con la macchina. Del resto, forme di disregolazione emotiva dovute anche a dei piccoli traumi possiamo averle tutti, dipende da ciò che ci accade nella vita.

Se doveste indicare il concetto di questo libro che volete arrivi a più persone possibile, quale sarebbe?

FG: Cito una frase secondo me illuminante: “Con i vostri cari dovete decidere se avere ragione o essere efficaci”. Nel senso che è più importante trovare un modo di entrare in relazione con gli altri e riuscire a farsi capire piuttosto che intestardirsi cercando di dimostrare di avere ragione. Quello che conta è ottenere il risultato e aiutare il nostro familiare in difficoltà.

EP: A mio parere è fondamentale che i genitori imparino a esigere terapie evidence-based per i loro figli. Può sembrare assurdo, ma ancora da troppe parti vengono impiegate cure che non sono verificate scientificamente. Spero che la lettura di questo libro aiuti le famiglie a fare domanda di cure davvero adeguate e convalidate, in modo da obbligare i servizi sanitari a dare risposte altrettanto adeguate.

Ph: Porcellane “kintsugi”, antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti con la polvere d’oro.

 

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Auguri da altrimenti!

altrimenti è lieta di augurare un sereno 2021 a tutti i soci, gli amici e donatori e di condividere i progetti avviati con il loro sostegno nel corso del 2020. Eccoli:

– insieme all’Istituto Nazionale di Bioarchitettura stiamo lavorando a un grande progetto di Biovillaggi destinati a percorsi di autoimpiego per persone con vulnerabilità psicosociali.

– un gruppo di ex pazienti ha dato vita a Ceramicando, una produzione artigianale di ceramica che si avvia a diventare una piccola impresa.

– abbiamo contribuito a formare 30 terapeuti in DBT (terapia dialettico comportamentale) per la cura del disturbo borderline, sensibilizzandoli in particolare all’inclusione dei genitori nel percorso terapeutico.

– a cura dell’associazione è da poco uscita la traduzione italiana del libro di Valerie Porr Superare il disturbo borderline di personalità. Una guida pratica per familiari e clinici (Erickson): un testo fondamentale per capire il disturbo border, pensato non solo per gli addetti ai lavori ma soprattutto per i familiari dei pazienti.

– i nostri terapeuti hanno condotto la formazione agli operatori della Casa di Francesco, una casa-famiglia per persone con grave disturbo borderline di personalità.

– abbiamo lanciato un sito finalizzato alla divulgazione scientifica relativa ai disturbi, ai trattamenti di psicoterapia che risultano efficaci per aiutare le persone con difficoltà emotiva e i loro familiari a orientarsi nel difficile mondo della salute psicologica.

Anche per il 2021 abbiamo bisogno del vostro sostegno per continuare a occuparci di persone con fragilità e a diffondere presso pazienti, familiari e medici metodi di cura convalidati scientificamente. Perché la salute psicologica non deve essere un privilegio per pochi, ma un diritto di tutti. 

DONA ORA!

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Anche solo per cinque minuti: la storia di Andrea

Disturbo borderline della personalità: sono parole che fanno pensare a un forte disagio mentale e suggeriscono l’immagine di una persona in gravi difficoltà. Io vorrei raccontarvi molto semplicemente la mia esperienza di paziente.

Un bambino e un adolescente irrequieto

Sin da bambino frequentavo gli psicologi infantili: a scuola ero disattento e molto irrequieto, tanto che mi fecero fare il test per il disturbo dell’attenzione, ma i risultati non evidenziarono nulla in particolare. A mio padre dissero che l’irrequietezza poteva essere causata da circostanze ambientali di forte stress: ho avuto un’infanzia dolorosa e difficile, la famiglia dal lato di mia madre è sempre stata disfunzionale, complessa, con relazioni conflittuali molto violente.

Quando poi arrivai all’adolescenza iniziai a soffrire intensamente di disturbi depressivi che si riflettevano anche nella sfera psicosomatica. Avevo forti mal di testa, difficoltà respiratorie (dispnea) e nausea. Erano sensazioni di malessere che portavo con me costantemente, anche a scuola e nella vita di tutti i giorni. Iniziai un primo approccio psicoterapeutico che però abbandonai presto: era troppo difficile per me all’epoca affrontare quel disagio così profondo.

Spesso quando parlo del mio disturbo all’esterno, specie se a persone non adeguatamente informate in materia, mi rendo conto che molti credono che essere borderline significhi avere una personalità multipla o essere una persona in qualche modo fuori controllo. La verità è che per gran parte della mia vita avrei voluto solo essere trattato come chiunque altro e questo purtroppo non sempre è avvenuto: avevo crisi di rabbia e profondi malesseri che nel mondo esterno erano negati o rifiutati, con la conseguenza di aggravare il problema anziché risolverlo. Per questa ragione ho dovuto lottare molto per far rispettare il mio disagio, spesso in un contesto sociale che raramente ancora oggi riconosce le difficoltà per quello che sono, senza giudicare.

Da adolescente mi affascinava il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer che vedeva l’esistenza umana come un’oscillazione continua fra noia e sofferenza, e sosteneva che il piacere fosse l’assenza del dolore. Un altro scrittore che negli anni mi ha molto colpito è stato il poeta tedesco Novalis, per il quale «bisognerebbe essere orgogliosi del proprio dolore, ogni dolore ci rammenta il nostro alto livello», e sono assolutamente d’accordo, perché ricordiamoci che il nostro malessere è l’espressione di un’elevata attitudine creativa e sensibilità. Sin da bambino ero infatti molto creativo, a otto anni iniziai a suonare il pianoforte e ora sono un musicista. Si può dire che la musica e la poesia mi abbiano davvero salvato la vita. Per questo motivo tanti di noi che stanno male per disturbi depressivi a mio parere di paziente dovrebbero provare, senza giudizio ed eccessiva competizione, a incanalare le loro risorse in attività costruttive che possano dar loro un po’ di soddisfazione personale. L’ansia, la paura, la rabbia sono tutte manifestazioni della nostra energia interiore, della spinta alla sopravvivenza che ci mantiene legati all’esistere.

La terapia: un lavoro di alti e bassi, traguardi e delusioni

A vent’anni ebbi le prime crisi di panico, facevo dentro e fuori dagli ospedali, convinto ogni volta come la prima di essere in fin di vita, tormentato dal senso di colpa per non riuscire a migliorare le mie condizioni. Furono però proprio queste crisi a farmi riprendere la psicoterapia che avevo interrotto. Inizialmente mi sentivo sotto esame e spesso avevo la sensazione che la cura non funzionasse, anche perché in famiglia ricevevo spesso svalutazioni rispetto a me stesso e alla terapia; solo con molta fatica sono riuscito nel tempo ad aiutare le persone intorno a me, e specialmente me stesso, a riconoscere il mio malessere senza condannarlo. Perciò senza timore dobbiamo a ogni costo cercare di sopravvivere al dolore, perché quella sofferenza ci sta parlando e sta raccontando la nostra storia e i nostri bisogni primari di esseri umani. Non stiamo decidendo di abbandonare la depressione, ma di farla nostra, raggiungendo una consapevolezza di noi stessi tale da permetterci di migliorare la qualità della nostra vita. Questo, infatti, è ciò che ho raggiunto dopo tanti anni di terapia: è stato un lavoro di alti e bassi, grandi traguardi e delusioni, sofferenza ma anche tanta creatività.

Le risorse nascoste dentro

Potrei dire che ormai sono anche un po’ affezionato a quel magone che sento alla bocca dello stomaco, sono quasi affascinato dalla mia inquietudine. Potrà sembrare qualcosa di ambiguo, ma è stato il modo con cui personalmente sono riuscito a stare meglio. Lo scopo della mia vita è diventato guardare avanti, rimanendo legato al momento presente e sopravvivere senza dimenticare l’amore per me stesso. Tutti, con un po’ di lavoro su di noi, possiamo scoprire di avere delle risorse nascoste dentro, come la nostra stessa sofferenza, forse la più grande forza che abbiamo, quella che ci permette di lottare, vincendo ogni giorno una nuova piccola battaglia, fino alla fine della guerra. Quando stavo molto male, per aiutarmi a stare meglio mentre ero a letto in preda ai miei disturbi, mi ripetevo di alzarmi anche solo per andare in bagno, anche soltanto per bere un po’ d’acqua. Solo il fatto di stare in piedi per quei cinque minuti sarebbe stato il più grande risultato della mia vita.

 

 

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Come difendersi dalla propria invidia e da quella altrui

Uno dei tormenti principali dell’invidia sta proprio nel prendere atto di essere invidiosi, con tutte le implicazioni degradanti che questo comporta. È comprensibile quindi che l’invidioso tenti di difendersi dal suo stesso sentimento, cercando di negarlo, camuffarlo o di trasformarlo in qualcosa d’altro. Le manovre difensive dell’invidioso sono essenzialmente di tre tipi.

La negazione della propria inferiorità

L’invidioso nega che sia in atto un confronto con l’invidiato, oppure che questo lo ponga in una condizione di inferiorità. In genere questo avviene intervenendo sull’importanza dell’oggetto del confronto, riducendola o negandola del tutto: in tal modo l’invidioso evita di riconoscere la sua mancanza di potere rispetto allo scopo in questione. Infatti il nostro potere conta in quanto è un mezzo per raggiungere un determinato obiettivo, se l’obiettivo non c’è o non ha particolare valore, non ha senso considerarsi inadeguati o incapaci.

La giustificazione del malanimo

Un’altra strategia messa in atto dall’invidioso consiste nell’attribuire all’altro un atteggiamento aggressivo (ad es. “sbandierare” un certo successo professionale), trasformando quello che è un dato di fatto (l’inferiorità nel confronto in atto), in un danno inflitto di proposito dall’invidiato.

Altri, invece, tentano di giustificare il malanimo travestendolo da indignazione e risentimento: l’invidiato non merita il suo successo, perché l’avrebbe ottenuto in maniera disonesta, violando senz’altro qualche regola e danneggiando qualcuno più meritevole di lui. Quando inoltre, il “più meritevole” è l’invidioso stesso, che si vede derubato da un successo che gli spettava, entra in campo il tentativo di trasformare una mancanza in una perdita, e quindi l’invidia in gelosia.

Nell’ambito dei tentativi dell’invidioso di giustificare in qualche modo il malanimo, rientra anche l’attribuzione del successo dell’invidiato ad un banale colpo di fortuna. In questo caso, dal momento che le capacità e l’impegno personali non sono stati chiamati in causa, di fatto non si stabilisce una presunta superiorità dell’uno sull’altro.

La lotta contro l’invidia: partecipare della gioia dell’altro

La strategia più interessante e forse risolutiva da parte dell’invidioso consiste nel trasformare un obiettivo parallelo in un obiettivo comune: identificandosi con l’invidiato, può condividere con lui la soddisfazione per il successo ottenuto.

All’inizio questa operazione è molto complessa e richiede di ridurre la dissonanza cognitiva tra lo stato d’animo dell’invidioso di delusione e la dimostrazione di essere felice per l’altro. Tuttavia, studi di psicologia sociale hanno dimostrato che, cercando di sforzarsi di provare stati d’animo congrui al comportamento esibito, è possibile ridurre progressivamente lo scarto tra il comportamento stesso (mostrare di essere felici, di “fare il tifo” per l’altro) e i sentimenti reali da parte dell’invidioso. In questo ultimo caso, gioca un ruolo decisivo la coscienza morale dell’invidioso, ovvero provare ribrezzo per un sentimento così ignobile “per lui” come l’invidia.

E l’invidiato, come può difendersi?

Venendo ora ai meccanismi di difesa dell’invidiato, è stato dimostrato che la strategia vincente è proprio quella di incentivare i comportamenti “partecipativi” da parte dell’invidioso, a scapito di quelli “competitivi”, condividendo in qualche modo con lui il proprio vantaggio.

Alcune forme di condivisione sono chiaramente di natura simbolica, nel senso che l’invidiato (o invidiabile), pur conservando il proprio vantaggio, ne offre una piccola parte al potenziale invidioso, perché festeggi con lui o sia comunque gratificato e ben disposto all’attenzione che riceve.

Tanti riti di festeggiamento per momenti importanti della vita sociale (es. cerimonie nuziali, o ricorrenze religiose della comunità), possono essere interpretati anche come un sistema che le diverse società hanno trovato per impedire che alcuni suoi membri raggiungano stabilmente una condizione di vantaggio sugli altri. Istituzionalizzando, per così dire, delle misure anti-invidia.

L’invidia – Che cos’è, perché la proviamo e come difendercene: terza e ultima parte. I due articoli precedenti sono stati pubblicati il 4 giugno e il 29 giugno.

Fonte: Maria Miceli, L’invidia. Anatomia di un’emozione inconfessabile, Bologna, Il Mulino, 2012.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sovraccarico mentale: sono le donne a soffrirne di più

Qualche tempo fa mentre gironzolavo sui social in un raro momento di quiete, mi sono imbattuta in una vignetta dell’artista francese Emma sul sovraccarico mentale delle donne. Dato il periodo post Covid che ci troviamo ad affrontare ho pensato che parlare di sovraccarico mentale potesse essere utile.

Il sovraccarico mentale è rappresentato da quell’insieme di attività, compiti, azioni della vita quotidiana che tentiamo di portare a termine. Nel caso di sovraccarico mentale acuto ci sforziamo di compiere, in uno stesso momento, attività incompatibili tra di loro sul piano cognitivo come per esempio mandare una mail importante, rispondere a una telefonata nel bel mezzo della mail e gestire un piccolo guaio combinato da vostro figlio.

Se vi doveste mai trovare in una situazione simile noterete una sorta di blocco, di incapacità a proseguire in una qualsiasi delle direzioni. Nel caso di sovraccarico mentale cronico invece non c’è la necessità di svolgere contemporaneamente tutte le attività ma semplicemente di non dimenticarle. Per esempio se dobbiamo ricordarci di spedire una lettera importante, di iscrivere nostro figlio alla gita scolastica e di fare la spesa. Il sovraccarico cronico può essere paragonato alla sensazione del “devo pensare io a tutto”. 

Il bisogno di controllare tutto

Chi soffre di sovraccarico mentale in genere cerca di anticipare, pianificare, organizzare, selezionare e controllare quasi tutto. Il rischio più grande è di finire in un vortice in cui, pur consumando una quantità eccessiva di energie, non si riesce a mollare la presa. Si ha la sensazione di essere sopraffatti, di non essere più efficienti, di dimenticare qualcosa di importante. Lo stress che ne deriva può manifestarsi attraverso sintomi fisici o psichici. Purtroppo ad oggi i dati ci dicono che il sovraccarico mentale continua a colpire prevalentemente le donne che rispetto agli uomini continuano a farsi maggiormente carico dell’organizzazione familiare ed educativa e che mal tollerano la possibilità di perdere il controllo. Senza entrare nel merito delle ragioni per cui noi donne temiamo così tanto un’eventuale perdita di controllo possiamo affermare che un sovraccarico mentale che si protrae per un tempo molto lungo ci rende vulnerabili sia sul piano emotivo che su quello fisico.

I 9 pilastri

Vediamo allora come si può ridurre il carico mentale: tra le varie tecniche proposte in questi ultimi anni, ce n’è una proposta dalla psicologa Cécile Neuville che a mio parere può essere utile e facilmente attuabile. Si tratta di mantenere un equilibrio tra 9 pilastri esistenziali: vita amorosa (vita di coppia, sessualità, tempo condiviso) vita familiare (sicurezza dei figli, emozioni, progetti, suoceri, famiglie allargate), vita sociale (relazioni con gli altri, amici, sincerità, frequenza), vita professionale (carriera, impiego del tempo, stipendio, riconoscimenti, ambizioni e sicurezza), piacere personale (svago, divertimento, passioni e hobby, cose che facciamo per puro piacere verso noi stessi) stila di vita sano (alimentazione, pasti, sonno, salute), gestione della quotidianità (gestione amministrativa, finanziaria e domestica), realizzazione personale (fiducia in se stessi, autostima, immagine di se, che tipo di persone vogliamo essere), azioni per gli altri (generosità, condivisione, aiuto, ascolto, altruismo).

Il consiglio della Neuville è di fissare un bilancio settimanale o mensile di questi pilastri e dell’equilibrio tra di essi. Prendetevi qualche minuto per riflettere sui vostri 9 pilastri esistenziali e poi per ogni area della vostra vita, iniziate a porvi le seguenti domande: come mi sento in quest’area della mia vita? Quanto sono soddisfatto in una scala da 0 a 10 di come sta andando quest’area della mia vita? Quanto tempo dedico a quest’area e quanto ne vorrei dedicare? Come potrei migliorare il livello di soddisfazione in quest’area? Qual è la prima azione che posso intraprendere per aumentare il livello di benessere in quest’area? Se tra i pilastri c’è disequilibrio, il sovraccarico mentale aumenta.

Non più Wonder Woman

Soffermandovi periodicamente a fare un bilancio dei vostri pilastri, avrete non solo una visione d’insieme di come sta procedendo la vostra vita ma anche un’idea chiara di quali aree richiedono un’attenzione maggiore. È importante sottolineare che non tutti riusciranno a individuare necessariamente 9 pilastri esistenziali. Il numero dei pilastri a parer mio viene stabilito dai valori importanti per ognuno di noi, da che tipo di persona vogliamo essere durante la nostra vita. Quindi, sia che ne riusciate ad individuare 7, 9 oppure 4, l’importante è che tra essi ci sia equilibrio. Infine se deciderete di provare questo piccolo esercizio fate attenzione a non dimenticare il pilastro del piacere personale e del divertimento: una delle cause del sovraccarico mentale risiede nella poca importanza che viene data a questo pilastro. In una società che promuove a tutto spiano l’immagine della Wonder Woman, il tempo da dedicare al piacere personale ha perso valore e ha lasciato spazio al perfezionismo e all’efficienza.

Fonti: Mind – la Repubblica

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Risorse per la fase 2 (e 3)

A un mese dall’inizio della tanto attesa fase 2 e alle porte della fase 3, il mondo si trova a fare i conti con una realtà in parte diversa da quella lasciata prima del lockdown.

Le regole del distanziamento sociale hanno cambiato il modo di rapportarsi agli altri 

Le regole del distanziamento sociale e della sicurezza hanno cambiato il modo di rapportarsi agli altri e all’ambiente che ci circonda. Adattarsi a tutto questo non è sempre semplice e tra una mascherina e un gel igienizzante, può capitare che ci si senta impacciati o a disagio anche di fronte ad un vecchio amico che si incontra per strada.

Fase 2: gli equilibri stravolti di single e famiglie

La fase 2, oltre ad una realtà mutata, si porta dietro anche gli strascichi di abitudini ed equilibri che il lockdown ha improvvisamente stravolto. I nuclei familiari e le coppie si sono trovati a fronteggiare una routine completamente diversa e a fare i conti con nuove e inaspettate dinamiche relazionali. I single invece, e tutti coloro che non hanno potuto condividere con qualcuno l’esperienza del lockdown, si sono trovati ad affrontare paura e solitudine contando esclusivamente sulle proprie forze. Mentre il mondo gradualmente riparte e la fase 2 continua ad evolversi, gli equilibri e gli assetti di molti di noi non sono più gli stessi e tornare indietro non è possibile. La verità è che la pandemia da Covid è stata nuova e sconvolgente e oltre a non avere avuto esperienze simili da cui trarre esempio, ci ha privato dell’ingaggio sociale che è uno degli strumenti fondamentali utilizzati dal nostro sistema nervoso per far fronte allo stress e al pericolo. La socializzazione e il bisogno di stare con gli altri fanno parte del nostro DNA poiché solo grazie al gruppo l’uomo ha potuto sopravvivere ai pericoli del passato.

Rintracciare le risorse per combattere l’ansia e il disagio

Eppure c’è qualcosa che questa pandemia non può toglierci. La possibilità di rintracciare e utilizzare le nostre risorse. La psicoterapia Sensomotoria fonda gran parte del suo trattamento sull’identificazione e lo sviluppo delle proprie risorse personali. Possiamo definire le risorse come tutte quelle capacità che ci hanno aiutato ad affrontare e superare una situazione difficile o che ci hanno fatto raggiungere dei traguardi: magari ci hanno aiutato ad affrontare un trauma, un dolore emotivo o più semplicemente un periodo di tensione e di stress, magari ci hanno aiutato a raggiungere un obiettivo e ad avere successo. O magari ci hanno aiutato a gestire l’ansia e l’attivazione fisiologica dovute a qualcosa che non è andato come immaginavamo. Ognuno di noi possiede delle risorse, anche coloro che credono di non averne.

Un piccolo ma utile esercizio per un periodo difficile

Vi propongo quindi un piccolo esercizio per rintracciare le risorse che potrebbe tornarvi utile in questo periodo difficile che stiamo vivendo.

Provate a pensare a quali risorse avete utilizzato in passato per raggiungere qualche traguardo o successo. Non devono necessariamente essere grandi traguardi: potete scegliere anche dei piccoli successi o piccoli episodi, apparentemente banali, che vi hanno fatto sentire fieri di voi stessi.

Ora mettetevi comodi e trovate una posizione in cui poter stare a vostro agio. Tornate con il pensiero ad un momento nella vostra vita in cui avete avuto la sensazione di aver gestito efficacemente una situazione, in cui vi siete sentiti soddisfatti. Quali risorse avete attivato? Quali capacità avete messo in atto? Concedetevi qualche minuto per pensare e ricordare.

Ora, scegliete una risorsa o una capacità tra quelle che avete individuato e provate a rimanere per qualche minuto con il pensiero di questa risorsa. Pensare a questa risorsa come vi fa sentire? Ci sono delle sensazioni fisiche? C’è qualche emozione? Continuate a rimanere per qualche minuto in contatto con questa risorsa, assaporate la sensazione che ne deriva e provate a vedere se in qualche modo il vostro corpo e il vostro respiro ne beneficiano. La risorsa individuata potrebbe tornarvi utile oggi per fronteggiare il vostro presente e i cambiamenti che ne sono derivati?

Se vi sembra che possa piacervi, dopo aver letto le istruzioni provate a fare l’esercizio ad occhi chiusi rimanendo in contatto con le altre risorse individuate. Non possiamo controllare ed evitare la rabbia, il dolore e la paura che quest’emergenza mondiale ha causato ma possiamo imparare a convivere con esse senza che prendano il sopravvento.

Riferimenti bibliografici: Maria Puliatti, La psicotraumatologia nella pratica clinica, Milano, Mimesis, 2017

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Invidia: perché la proviamo tutti?

Che cos’è l’invidia?

A tutti prima o poi nella vita è capitato di invidiare qualcun altro, o perché possedeva una macchina o una casa più belle delle nostre, o perché era (o ci sembrava) più bello, intelligente, di successo. Ma cos’è esattamente l’invidia? È legata al possesso di un bene o a qualcos’altro? Ci sono persone più predisposte a questo sentimento che causa tanta sofferenza in chi lo prova? Questo è il primo articolo di una serie di tre che ci aiuta a capire meglio l’invidia e a difenderci dai suoi effetti negativi.

Un’emozione sociale

La prima cosa importante da sottolineare è che l’invidia è un’emozione sociale, determinata dal rapporto con gli altri e rivolta verso gli altri. Viene “accesa” da un bene che si desidera ma non si possiede e dal confronto svantaggioso nei confronti di qualcuno che lo ha ottenuto. Quando il dolore per il desiderio frustrato prende la strada dell’ostilità verso chi ci sembra “avvantaggiato”, ecco che ci troviamo di fronte all’invidia.

Si può invidiare qualsiasi cosa?

La gamma degli oggetti “invidiabili” è amplissima, probabilmente infinita: dall’automobile, alla casa, alla forza di volontà o alla serenità di spirito di un’altra persona, tanto che addirittura Gucci ha impostato un’intera campagna pubblicitaria su un profumo il cui nome era proprio Envy me, invidiami.

Tra i beni desiderabili ci sono sicuramente i beni di lusso, i più esclusivi, che evidenziano un’elevata posizione sociale, permettono di farsi notare. Si parla infatti in questo caso di beni “posizionali”, vale a dire funzionali a stabilire il rango di un individuo nella gerarchia sociale, indipendentemente dal valore assoluto del bene in sé. Talvolta, il desiderio di ottenere un determinato bene sorge “a posteriori”, quando l’invidioso si accorge della soddisfazione o del prestigio sociale che ne ricava l’invidiato.

L’invidia come desiderio di potere

Alcuni studiosi sostengono che desiderare qualcosa perché la possiede un altro sia una caratteristica necessaria dell’invidia, e permette di distinguere il desiderio dell’invidioso dal desiderio puro e semplice per un determinato bene.

In ogni caso, il criterio fondamentale per individuare l’invidia è la compresenza di un altro desiderio, cioè che l’avvantaggiato perda il bene in questione, anche se la perdita di questo bene non si traduce in un’acquisizione corrispondente per l’invidioso. Questo accade perché ciò che caratterizza l’invidia non è la semplice mancanza del bene desiderato, ma il senso di inferiorità che la genera.

Infatti, se va un po’ più a fondo nell’analisi, ciò che veramente invidiamo non è questa o quella cosa, ma il potere. Il potere inteso come qualsiasi mezzo, materiale o immateriale, che può aiutarci a soddisfare i nostri scopi: soldi, posizione sociale, bellezza, intelligenza. La differenza di potere tra due persone può essere colmata in due modi: lo svantaggiato acquisisce il bene desiderato, oppure l’avvantaggiato perde il bene in questione.

Ecco perché l’invidioso si trova a desiderare il danno dell’altro: perché gli permette di riequilibrare la differenza di potere. In altre parole, il bene mancante svolge il ruolo di occasione per il confronto di potere. Ed è il senso di inferiorità, risultante dal confronto, la strada maestra che porta all’invidia. Tant’è vero che l’invidioso non desidera necessariamente che l’invidiato perda quel determinato bene su cui è avvenuto il confronto: può anche desiderare che perda qualcos’altro, che ai suoi occhi ha un’importanza equivalente.

Il costante confronto con gli altri

In effetti, ciò che conta nella vita sociale è essere dotati di abbastanza potere (risorse, abilità, competenze) rispetto a quello altrui, perché la capacità di soddisfare i nostri scopi in qualche modo è di natura comparativa: essere ricchi o poveri, attraenti o non attraenti, intelligenti o stupidi dipende sempre dal confronto con la ricchezza, la bellezza, l’intelligenza altrui. Quindi i beni o le capacità in mio possesso saranno sufficienti a consentire la soddisfazione dei miei scopi se io non sono meno (o sono più) dotato degli altri. Solo in questo caso sarò abbastanza ricco, attraente o intelligente. Come recita un famoso detto evangelico: un guercio è senz’altro svantaggiato in un mondo di vedenti, ma sarà “beato” in un mondo di ciechi.

Il ruolo del confronto è evidente nelle società più povere, in cui i beni disponibili sono scarsi e quindi il vantaggio di un individuo si traduce immediatamente nello svantaggio di un altro. Ma l’invidia può fiorire anche nelle società più ricche, perché è alimentata dalla loro natura competitiva, e quindi dal desiderio di superare gli altri e da quello di non essere superati da loro. Del resto, in ogni organizzazione gerarchica il successo e il rango conquistati da un individuo mettono a repentaglio quelli degli altri, facendoli regredire o riducendo la loro distanza dagli “inferiori”.

Si può invidiare anche chi è “inferiore”?

Sembrerebbe ovvio pensare dunque che un superiore nella scala gerarchica non possa invidiare un suo inferiore. Ma non è così. A volte, infatti, notiamo con qualche stupore il capoufficio che invidia il dipendente, il professore che invidia l’allievo, il professionista affermato che invidia il praticante appena assunto.

Tuttavia a ben guardare non c’è molto da stupirsi, perché non esiste soltanto la gerarchia creata in base alla posizione sociale (reddito, cultura, ruolo decisionale). Le “gerarchie” possibili sono tante, alcune istituzionalizzate, altre più soggettive. Il capufficio non invidierà certo la posizione sociale del suo dipendente: ma gli potrà invidiare altre cose, l’intraprendenza, l’intelligenza, la giovane età, il fatto che a quell’età abbia conseguito dei successi che lui, alla sua età, non aveva ottenuto.

Sotto gli occhi degli altri

Ma avere abbastanza potere rispetto a quello altrui, per quanto importante, non basta. È necessario che gli altri credano che le cose stanno così. Sono le valutazioni degli altri (più o meno esplicite o consapevoli) sulle nostre capacità a determinare se sceglieranno o meno di interagire con noi, di accettare le nostre richieste di cooperazione e di scambio e di lasciarsi influenzare dal nostro giudizio. E ricevere attenzione, aiuto e cooperazione dagli altri ha una grande importanza per noi: è un modo per accrescere il nostro potere di partenza, fornendoci mezzi ulteriori per soddisfare i nostri scopi. Perciò siamo molto interessati sia a conoscere il punto di vista degli altri su di noi (per capire cosa aspettarsi da loro e come eventualmente modificare il loro giudizio su di noi) sia a ricevere le loro valutazioni positive. La nostra posizione nella gerarchia sociale dipende da queste valutazioni comparative sui nostri meriti, sulla nostra reputazione e sul nostro prestigio.

Di qui, l’importanza di avere una buona immagine sociale e il suo rapporto con lo scopo di avere potere, e in particolare quello di avere più (o meno) potere di altri, cioè di essere superiori o di non essere inferiori. Infatti, anche quello di una buona immagine presso gli altri è un concetto comparativo: significa avere un’immagine migliore (e non peggiore) di quella degli altri.

Fonte: Maria Miceli, L’invidia. Anatomia di un’emozione inconfessabile, Bologna, Il Mulino, 2012.

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Che succede nel cervello quando disegniamo?

Passo molto del mio tempo libero a fare scarabocchi. Sono una giornalista ma, a tempo perso, anche un’artista, in particolare una fumettista. Disegno fra un impegno e l’altro, al caffè prima di andare al lavoro e mi piace sfidarmi a creare un piccolo magazine nei 20 minuti del mio viaggio in bus da pendolare. Lo faccio in parte perché è divertente e fa passare il tempo. Ma ho il sospetto che ci sia anche qualcosa di più profondo. Perché quando creo, sento che mi libera la testa. Mi aiuta a dare senso alle mie emozioni e in qualche modo, mi fa sentire più calma e rilassata. Perciò mi chiedo: che succede nel mio cervello quando disegno? Perché è così piacevole? E come posso portare altre persone – anche se non si considerano artisti – sul “treno della creatività”?  Ho scoperto che succedono un sacco di cose nella nostra mente e nel nostro corpo quando facciamo arte. “La creatività in sé stessa è importante per restare in salute e connessi con se stessi e con il mondo” dice Christianne Strang, docente di neuroscienze all’Università di Alabama Birmingham e già presidente dell’American Art Therapy Association. Questa idea vale per ogni tipo di espressione creativa visuale: disegno, pittura, collage, creta, poesia, decorazione di dolci, lavoro a maglia, album, non c’è alcun limite. “Qualsiasi cosa impegni creativamente la tua testa – creando connessioni fra cose lontane e immaginando nuovi modi di comunicare – è una cosa buona” aggiunge Girija Kaimal, professoressa alla Drexel University, ricercatrice in arte-terapia. Kaimal è convinta che l’arte è importante per tutti, non importa il livello di bravura, e che è qualcosa che si dovrebbe fare regolarmente, per vari motivi.

Aiuta a essere più fiduciosi nel futuro

La capacità dell’arte di modellare la nostra immaginazione può essere una delle ragioni per cui esiste da quando eravamo cavernicoli, chiarisce Kaimal. Probabilmente serve agli scopi dell’evoluzione. La sua teoria è che l’arte ci aiuti a superare i problemi che possono sorgere in futuro. Un’ipotesi che nasce dalle ultime ricerche, per le quali il cervello sarebbe una sorta di “macchina predittiva”. Il cervello usa cioè le informazioni per prevedere che cosa potremmo fare nell’immediato futuro e soprattutto che cosa è necessario fare nell’immediato futuro per sopravvivere e prosperare. Quando facciamo qualcosa di artistico prendiamo una serie di decisioni: che tipo di strumento usare, quale colore, come tradurre quello che vediamo su carta. E infine come interpretare un’immagine. Kaimal racconta di una sua studentessa di arte-terapia gravemente depressa: “Una volta prese un foglio e lo colorò tutto di nero con un grosso pennarello. Poi lo guardò per un po’ e disse ‘Wow, sembra davvero cupo e desolato’. Allora accadde qualcosa: si guardò intorno, afferrò della creta rosa e cominciò a fare… dei fiori. ‘Sai cosa? Mi ricorda la primavera’”. Durante quella sessione di arte, la studentessa era riuscita a immaginare delle possibilità e vedere un futuro al di là di un presente così disperato. “L’immaginazione è un atto di sopravvivenza” conclude Kaimal. “Ci prepara a immaginare possibilità e auspicabilmente a sopravvivere a esse”.

Attiva il centro della ricompensa nel cervello

Per molti l’arte può essere fonte di tensione: che posso fare? Che tipo di materiali devo usare? Se non ci riesco? E se poi fa schifo? “Gli studi dimostrano che, nonostante questi timori, impegnarsi in una qualsiasi espressione visuale attiva il centro della ricompensa nel cervello” spiega Kaimal “il che significa che ci fa sentire bene ed è percepita come un’esperienza piacevole”. Con un team di ricercatori Kaimal ha misurato il flusso di sangue nel centro della ricompensa nel cervello (la corteccia mediana prefrontale), in 26 volontari impegnati in tre attività artistiche: colorare un mandala, scarabocchiare e disegnare liberamente su un foglio bianco. Mentre i partecipanti compivano queste attività, i ricercatori hanno rilevato un incremento del flusso di sangue in questa parte del cervello. Secondo i suoi autori, questa ricerca suggerisce che l’attività artistica potrebbe recare benefici alle persone con determinati problemi, come le dipendenze e i disordini alimentari e dell’umore.

Abbassa lo stress

In un altro studio Kaimal ha misurato il livello di cortisolo (un ormone che aiuta a rispondere allo stress) di 39 adulti dopo 45 minuti di attività artistica, verificando che si era decisamente abbassato. E non c’è differenza fra coloro che si identificano come artisti esperti e gli altri, il che significa che il livello di competenza non ha importanza, i benefici si ottengono in ogni caso.

Favorisce la concentrazione

Inoltre, l’arte porta a quello che la comunità scientifica chiama “flusso”: “È come perdersi e perdere ogni consapevolezza. Sei così nel momento e completamente presente che dimentichi il senso del tempo e dello spazio”, dice ancora Kaimal.  “Attiva nel cervello varie reti fra cui la uno stato di rilassamento riflessivo, l’attenzione al compito e il senso di piacere”. Uno studio pubblicato nel 2018 su Frontiers in Psychology ha evidenziato che il flusso è caratterizzato da un’accresciuta attività delle onde teta nelle aree frontali del cervello e moderata attività delle onde alfa nelle aree frontali e centrali.

Che tipo di arte praticare?

Alcuni tipi di arte sembrano portare più benefici delle altre. Ad esempio modellare la creta, perché “coinvolge sia le mani che molte parti del cervello in esperienze sensoriali. Usare il senso del tatto, dello spazio a tre dimensioni, la vista, l’udito sembra recare più benefici”. Molti studi hanno dimostrato che colorare entro dei contorni – in particolare un disegno di mandala – è più efficace per l’umore che colorare su un foglio bianco o anche colorare una forma squadrata.

Aiuta a rielaborare le emozioni

Strang sottolinea che chi ha seri problemi mentali dovrebbe rivolgersi a un terapista professionale, ma che se si tratta solo di ritrovare la propria creatività, ridurre l’ansia e rafforzare le proprie capacità di adattamento ciascuno può fare a modo suo: basta lasciare che “linee, forme e colori traducano in immagini la tua esperienza emotiva”.

Le sue parole mi hanno fatto ripensare a tutte le volte che mi sono trovata a tirare fuori dalla borsa penna e quaderno, per esprimere come mi sentivo attraverso i miei disegni e le mie riflessioni: un’attività catartica, che mi dava sollievo. Mesi fa litigai con qualcuno. Il giorno dopo sull’autobus ci stavo ancora rimuginando. In preda alla frustrazione, ho tirato fuori il mio quaderno e ho scritto il vecchio adagio “non lasciare che il mondo ti renda duro”, ho stracciato con cura la pagina e l’ho attaccata sul sedile davanti, pensando: che sia un monito per tutti quelli che lo leggeranno. Ho fotografato il biglietto e l’ho postato su Instagram: quella notte, rivedendo la foto, ho capito per chi era il messaggio: era per me.

@Malaka Gharib su “KQED

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Le terapie psicologiche sono tutte efficaci? Non chiedere al Dodo

“Tutti hanno vinto e tutti devono avere un premio”, dichiara il Dodo ad Alice nel Paese delle Meraviglie quando gli si chiede di stabilire il vincitore di una gara intorno a un lago. Ma nel mondo della salute mentale il verdetto del Dodo simboleggia da sempre un’aspra disputa che va al cuore stesso della psicoterapia.

Il Dodo Bird Verdict, suggerito per la prima volta negli anni ’30 dallo psicologo americano Saul Rosenzweig, sostiene che le varie forme di terapia psicologica siano tutte ugualmente efficaci. Non fa alcuna differenza se, ad esempio, una persona viene trattata con tecniche tratte dalla psicoanalisi, dalla programmazione neurolinguistica o dalla terapia cognitivo comportamentale (CBT). Ciò che aiuta veramente un paziente a recuperare sono fattori semplici come la possibilità di discutere le proprie preoccupazioni con un terapista esperto e comprensivo o il livello di impegno che è disposto a mettere in campo durante il trattamento.

Comprensibilmente, il Dodo Bird Verdict ha fatto arruffare molte piume all’interno della professione e stimolato  una serie di studi volti a confermare o a confutarne l’idea. Alcuni tipi di psicoterapia sono davvero più efficaci di altri per particolari condizioni? Esistono numerosi dati che suggeriscono che la risposta a questa domanda – contrariamente alla teoria di Rosenzweig – sia “sì”. Ma quei dati provengono in genere dalla ricerca condotta dai sostenitori della terapia ritenuta apparentemente superiore e gli scettici ritengono che le loro conclusioni non siano imparziali.

Prendiamo ad esempio la bulimia, che è un fenomeno relativamente comune. Un vasto studio americano ha scoperto che quasi l’1% degli adolescenti di età compresa tra 13 e 18 anni sperimenta questa condizione a un certo punto della loro vita. Molti di questi adolescenti hanno riferito che la malattia rendeva loro molto difficile avere una vita normale e che ha compromesso le loro relazioni familiari e con gli amici. Lo studio ha anche scoperto che gli adolescenti con bulimia avevano maggiori probabilità di prendere in considerazione o addirittura di tentare il suicidio.

Data l’ampia diffusione della bulimia e le sue conseguenze potenzialmente disastrose, è fondamentale capire quali trattamenti funzionino meglio, motivo per cui i ricercatori dell’Università di Copenaghen hanno recentemente confrontato l’efficacia di due psicoterapie popolari: la CBT e la psicoanalisi. I risultati sono davvero notevoli.

Durante lo studio, 70 pazienti con bulimia nervosa sono stati sottoposti, in modo casuale, o a due anni di terapia psicoanalitica settimanale o a 20 sessioni di CBT distribuite in cinque mesi. Alla base dell’approccio psicoanalitico c’è l’idea che il comportamento bulimico rappresenti un tentativo di controllare sentimenti e desideri problematici. Il terapeuta aiuta il cliente a parlare di questi sentimenti sepolti e a capire come sono collegati alla bulimia. Quando l’individuo impara ad accettare e gestire i propri desideri più profondi, l’angoscia scompare e con essa i sintomi della bulimia.

La terapia cognitivo comportamentale (CTB), invece, è mirata ai sintomi stessi: l’obiettivo è quello di fermare il binge eating (l’abbuffata compulsiva) il più rapidamente possibile. I terapeuti della CBT ritengono che la bulimia sia indotta dal fatto che  il bulimico è convinto che il suo livello di autostima dipende dalle sue abitudini alimentari, dal suo aspetto e dal suo peso. I terapeuti mostrano all’individuo come identificare e contrastare tali convinzioni, gli spiegano il ciclo del binge eating e gli propongono modelli alimentari regolari e una serie più flessibile e realistica delle linee guida dietetiche. Lavorano con il paziente per trovare piani efficaci per affrontare i momenti nei quali il pericolo di una ricaduta nel binge eating diventa più probabile e per ridurne al minimo le probabilità.

Pur avendo ricevuto, i partecipanti allo studio danese, quantità di trattamento enormemente disuguali per un periodo di tempo prolungato – dove quelli sottoposti a psicoanalisi vedevano il loro terapeuta molto più di quelli assegnati alla CBT – la CBT si è dimostrata più efficace. Dopo cinque mesi, il 42% del gruppo CBT aveva smesso di mangiare e spurgare; solo il 6% quelli che si erano sottoposti a psicoanalisi. Dopo due anni, la percentuale del gruppo di psicoanalisi che aveva debellato la bulimia era salita al 15%. Ma questo dato, ottenuto dopo due anni, era ancora molto lontano dal successo raggiunto dal gruppo  affidato alla CBT (44%) e nonostante fossero ormai passati 19 mesi dalla fine del trattamento.

L’esperimento danese offre concreti motivi di speranza: sembra che la CBT possa apportare importanti miglioramenti a molte persone affette da bulimia. Ma il significato dello studio va ben oltre, perché gli autori, Stig Poulsen e Susanne Lunn, non sono specialisti della CBT ma psicoanalisti di grande esperienza. In effetti, non solo la ricerca è stata condotta in una clinica dedicata alla psicoanalisi, ma il corso del trattamento è stato sviluppato dagli stessi Poulsen e Lunn.

Nonostante tutto, la CBT è risultata facilmente vincente. Come ha commentato un editoriale nell’American Journal of Psychiatry: “Plaudiamo al candore degli studiosi per essere stati così schietti nella presentazione dei risultati. Questo non può essere stato ciò che speravano di trovare e in effetti non è ciò che avevano ipotizzato.

Quindi, quando si tratta di psicoterapia, sembra che il Dodo si sbagli. Inoltre, se i trattamenti a breve termine possono produrre risultati simili per alcune malattie, come la depressione, non dovremmo presumere che il tipo di terapia che i pazienti ricevono sia essenzialmente insignificante. Dobbiamo invece riconoscere che alcune terapie sono migliori di altre in determinate condizioni. Dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per identificarle e migliorarle e per garantire che le terapie più efficaci siano disponibili per tutti coloro che ne hanno bisogno.

Daniel Freeman è professore di psicologia clinica e ricercatore presso il dipartimento di ricerca medica presso il dipartimento di psichiatria dell’Università di Oxford.

Jason Freeman è uno scrittore di psicologia.

Su Twitter sono @ProfDFreeman e @ JasonFreeman100.

Sono gli autori di The Stressed Sex: Uncovering the Truth about Men, Women, and Mental Health

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Cos’hanno in comune le famiglie serene?

Agli psicologi piace studiare tutto! Spesso studiano cosa va storto, ma a volte studiano cosa va bene. Cosa mostrano le ultime ricerche sulle famiglie i cui membri sanno stare bene insieme? Hanno identificato alcune caratteristiche che potrebbero essere utili per rafforzare i tuoi rapporti familiari, soprattutto se ti trovi a vivere a stretto contatto con i tuoi familiari a causa della pandemia.

Una comunicazione aperta e chiara. Una comunicazione aperta e chiara significa che sei onesto e vulnerabile con i membri della tua famiglia, non nascondi le tue emozioni o li induci in errore, o fai accenni o sei indiretto. Aprire significa essere autentici e reali. Questo non significa che dici solo quello che hai in mente. Puoi anche sceglier cosa dire. Una comunicazione onesta significa che esprimi ciò che è vero, NON ciò che pensi nei momenti di rabbia o turbamento. Puoi essere onesto e comunque censurare pensieri e parole inutili.

Incoraggiare i singoli membri. Ciò significa che i singoli membri sono supportati, rispettati e riconosciuti. Le famiglie forti coltivano un senso di appartenenza a una famiglia, ma coltivano anche i punti di forza e gli interessi individuali. Il quadro familiare fornisce la struttura ma non limita i membri della famiglia.

Impegno per la famiglia. Ogni membro della famiglia è apprezzato; ciascuno è supportato e sostenuto. Allo stesso tempo, ogni membro è impegnato nella famiglia come un tutt’uno, con la sensazione di essere una squadra. C’è un senso di identità e unità familiare. Ciò significa anche che le famiglie trascorrono del tempo insieme. Il tempo condiviso è molto ed è un tempo di qualità.

Apprezzamento. Apprezzamento significa che i membri della famiglia forniscono un alto livello di rinforzo positivo ai membri della famiglia, giorno dopo giorno, facendo cose che sono positive dal punto di vista dell’altra persona, solo per il loro bene. I membri della famiglia provano gioia, simpatia, calore e umorismo.

Capacità di adattamento e flessibilità. Le famiglie sane possono cambiare, possono adattarsi secondo le necessità per far fronte allo stress e ai cambiamenti prevedibili e imprevedibili del ciclo di vita.

Connessione sociale. Questa caratteristica è legata alla capacità della famiglia di adattarsi e far fronte alle crisi e ai problemi quotidiani. Le famiglie serene non sono isolate: sono collegate alla società intorno a loro.

Chiara definizione del ruolo. Con una struttura chiara ma flessibile, i membri della famiglia sono consapevoli delle proprie responsabilità all’interno e verso la famiglia. Quindi, quando ci sono problemi, i membri conoscono i loro ruoli.

Karyn Hall su borderlinepersonalitydisorder.org  14 maggio 2021

 

 

Mindful-family: come la mindfulness può aiutare non solo le persone con un disturbo psicologico ma anche le loro famiglie

I familiari di persone che soffrono di un disturbo mentale o di una malattia fisica cronica possono raggiungere livelli di stress molto elevati che interferiscono con un buon adattamento nella vita quotidiana: alcuni approcci psicologici sono in grado di affrontare questi fattori sistemici e possono dunque essere molto utili.

Gli interventi basati sulla mindfulness (MBI) si sono rivelati efficaci nell’aiutare le persone che vivono in situazioni croniche di disagio; tuttavia, la maggior parte di questi interventi è stata fino a oggi diretta principalmente ai soli pazienti affetti dal disturbo.  C’è ormai una vasta ricerca che mostra come la mindfulness individuale migliori il funzionamento relazionale, la mindfulness con i genitori (mindful-parenting) migliori lo stato di salute dei figli e la mindfulness nelle relazioni influenzi positivamente la salute e il benessere di entrambi i partner. Possiamo dunque ritenere che gli MBI diretti verso il sistema familiare e non solo verso il singolo individuo, meritino un posto di primo piano nell’assistenza sanitaria. Vediamo insieme perché.

Come spiegano Susan Maria Bögels (Università di Amsterdam) and Lisa-Marie Emerson  (Griffith University, Australia) in una articolo apparso su Sciencedirect, la natura delle malattie somatiche, mentali e croniche è di per sé sistemica. Se ad esempio una donna soffre di depressione, ciò può essere causato da fattori sistemici come la sua educazione e il rapporto attuale con la sua famiglia di origine, la relazione con il suo (ex) partner, con i figli e così via. Anche il sistema sarà influenzato a sua volta e influenzerà il corso della depressione della donna: l’impatto della malattia può estendersi ai suoi rapporti con i suoi figli, il suo (ex) partner e i suoi genitori. Lo stesso processo vale per le malattie fisiche: la malattia di un bambino può essere stata causata da elementi dell’ambiente familiare, quali il cibo e lo stile di vita.

Perciò, dato che attualmente la maggior parte degli interventi basati sulla mindfulness è diretta nei confronti di colui che ha il disturbo, gli MBI indirizzati verso il sistema (ad es. figli, fratelli, genitori) e non solo verso l’individuo, possono venire incontro a un bisogno insoddisfatto. Hanno il potenziale per alleviare la sofferenza di tutta la famiglia, aumentando l’impatto e l’efficacia delle cure nella persona che soffre di una determinata malattia. La mindfulness infatti non solo influenza il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, ma anche il modo in cui ci relazioniamo agli altri: “mindfulness relazionale”, appunto. Praticare un’attenzione centrata sul momento presente e non giudicante, verso se stessi e gli altri, può portare profondi cambiamenti nelle relazioni. Pertanto gli MBI possono essere efficaci per difficoltà relazionali quali quelle coniugali o genitoriali.

La mindfulness individuale si occupa della soddisfazione nella relazione e della capacità di far fronte allo stress che la relazione comporta: nelle relazioni sentimentali, gli studi trasversali e di intervento concordano sul fatto che un alto livello di mindfulness individuale sia associato a una maggiore soddisfazione nella relazione; la mindfulness potrebbe quindi avere un ruolo chiave nel modo in cui gli individui reagiscono al conflitto all’interno di una relazione, compreso un maggiore controllo sulle manifestazioni più impulsive della rabbia. Ad esempio nel momento del conflitto, un livello maggiore di mindfulness è associato a un più veloce ristabilimento del cortisolo di fronte ad un comportamento negativo del partner.

È probabile che queste evidenze non riguardino solo le relazioni sentimentali ma anche la mindfulness genitoriale. C’è un ampio gruppo di studi recenti e trasversali che pone in evidenza come il mindful-parenting sia associato a un più basso tasso di psicopatologie nei figli – depressione, ansia, rischio di assumere sostanze stupefacenti e o comportamenti sessuali a rischio. È associato anche ad un miglior controllo glicemico negli adolescenti con diabete.

In considerazione di tutti questi dati e in un’ottica di cura e prevenzione possiamo dire che la mindfulness genitoriale o comunque per i familiari delle persone che soffrono di un disagio psichico o fisico e per i problemi relazionali all’interno delle famiglie merita davvero un’attenzione particolare nel panorama scientifico.

La scienza conferma l’importanza del nervo vago nel benessere fisico e mentale

Il suo nome in latino significa “vagabondo” e secondo le ultime ricerche scientifiche, sembra avere un ruolo centrale nel benessere fisico e psicologico: è il nervo vago. Ma di che si tratta? Quando ad esempio facciamo un respiro profondo, abbracciamo un amico o allunghiamo un po’ i muscoli, sentiamo un senso di calma e comfort. Questi movimenti attivano un complicato sistema nervoso che collega il cervello al cuore, all’intestino, al sistema immunitario e a molti altri organi. Questo sistema è noto appunto come “nervo vago”.

Il nervo vago è uno dei dodici nervi cranici che si estendono dal cervello nel corpo come un’intricata rete di radici. Queste reti nervose agiscono come linee di comunicazione tra il cervello e i numerosi sistemi e organi del corpo. Alcuni nervi cranici si occupano delle informazioni sensoriali che arrivano dalla pelle, dagli occhi o dalla lingua. Altri controllano i muscoli o comunicano con le ghiandole.

Il nervo vago, detto anche “decimo nervo cranico”, è il più lungo, il più grande e il più complesso dei nervi cranici e, per certi versi, è anche il meno compreso. Gli esperti hanno collegato la sua attività a malattie come l’emicrania, le infiammazioni intestinali, la depressione, l’epilessia, l’artrite e molti altri disturbi comuni. Più la scienza impara a conoscere questo nervo, più sembra che una migliore comprensione della sua funzione possa aprire nuove porte al trattamento di molti disturbi fisici e mentali.

Tiffany Field, direttrice del Touch Research Institute presso la University of Miami School of Medicine, spiega che le diramazioni del nervo vago sono collegate al viso e alla voce: «Sappiamo che le persone depresse hanno una bassa attività vagale, e ciò è associato a una minore intonazione e ad espressioni facciali meno attive», aggiunge. Una diramazione del nervo vago ad esempio scende nel tratto gastrointestinale: qui, una bassa attività vagale è associata a motilità gastrica rallentata, che interferisce con una corretta digestione.

Altre diramazioni del nervo vago sono collegate al cuore, ai polmoni e al sistema immunitario. L’attivazione o la disattivazione del nervo vago può dipendere da ormoni come il cortisolo (che regola lo stress) e la grelina (che regola l’appetito), dall’infiammazione prodotta dal sistema immunitario e da molti altri processi. «C’è un’enorme serie di eventi bioelettrici e biochimici di cui è responsabile il nervo vago, quasi impossibili da mappare», afferma la dottoressa Field.

Insomma, anche se non tutto è ancora chiaro, sembra evidente che il nervo vago abbia la funzione di governare il sistema nervoso parasimpatico, che aiuta a controllare le risposte di rilassamento del corpo. In parole povere, un’intensa attività vagale contrasta la risposta di stress dettata dal sistema nervoso simpatico. «Il sistema nervoso simpatico è regolato su due azioni: “lotta o scappa”,  il sistema nervoso parasimpatico invece è più rilassato», chiarisce Stephen Silberstein, professore di neurologia e direttore dell’Headache Center presso l’ospedale Thomas Jefferson di Philadelphia. Secondo Silberstein un’attività vagale intensificata rallenta la frequenza cardiaca e spegne l’infiammazione, innescando il rilascio di sostanze chimiche che calmano il sistema immunitario. Anche attivando il nervo vago attraverso la stimolazione elettronica si può avere una serie di benefici per la salute. «A seconda della frequenza della stimolazione, sappiamo che si può fermare un attacco d’asma o un attacco epilettico», spiega Silberstein. «Possiamo spegnere l’emicrania o la cefalea a grappolo e possiamo diminuire la percezione del reflusso acido».

Fino a non molto tempo fa questa stimolazione richiedeva un impianto chirurgico nel torace che trasmetteva impulsi elettrici direttamente nel nervo vago. Ma alcuni dispositivi più recenti e non invasivi sono in grado di stimolare il nervo vago quando vengono premuti sul collo. Silberstein spiega che i medici stanno esplorando l’uso della stimolazione del nervo vago per una vasta gamma di malattie e disturbi, comprese quelli mentali. Insomma, praticamente in tutte le condizioni mediche comuni che sono peggiorate dallo stress o dall’infiammazione, come l’artrite o la sindrome dell’intestino irritabile, le ricerche dimostrano che la stimolazione del nervo vago può aiutare a curarle o alleviarne i sintomi.

«Stiamo imparando sempre di più quanto sia critica l’attività vagale per l’attenzione e l’umore», afferma la dottoressa Field. Esistono già prove che la stimolazione del nervo vago possa migliorare la memoria di lavoro o aiutare le persone con disturbo da deficit di attenzione e iperattività. E già all’inizio degli anni Duemila, la FDA (l’agenzia americana che approva i trattamenti farmacologici) ha detto sì alla stimolazione del nervo vago per il trattamento di alcune forme di depressione.

Quello che gli studi mettono inoltre in luce è che si può stimolare il nervo vago anche con il massaggio e lo yoga, perché entrambi agiscono sui recettori di pressione sotto la superficie della pelle, su quelli situati in tutto il corpo e su quelli che si possono raggiungere solo con una pressione decisa o un allungamento profondo. «Alcuni studi dimostrano che i pazienti con emicrania hanno ridotta attività vagale», dice il dottor Silberstein. «Abbiamo cercato di risolvere il problema facendo yoga o meditazione con respirazione profonda, e abbiamo scoperto che molte di queste cose ci hanno permesso di attivare il nervo vagale». Insomma quasi tutto ciò che le persone trovano rilassante – meditazione, respirazione profonda – è associato a un’intensa attività vagale e del sistema nervoso parasimpatico. Un tocco leggero o una carezza sono eccitanti, mentre un abbraccio o una potente stretta di mano sono rilassanti: ma tutti attivano il nervo vago e l’attività parasimpatica.

C’è ancora molto sul nervo vago che la scienza non sa, ma man mano che i medici scopriranno nuove informazioni si potranno sperimentare modi più efficaci per alleviare il dolore del corpo e della mente.

Fonte: Elemental, 12/2019