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La salute mentale degli adolescenti è ancora più a rischio con il Covid

In Italia i servizi psichiatrici per gli adolescenti sono da sempre molto carenti e, a fronte di un periodo durissimo con il primo lockdown primaverile, le restrizioni contro la pandemia degli ultimi mesi e le incertezze sulla scuola, la sofferenza psicologica dei più giovani rischia di non trovare chi possa curarla adeguatamente. Un dato fra tutti: se consideriamo che in tutta Italia i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori sono soltanto 92, capiamo come spesso i ragazzi che hanno bisogno di un ricovero si ritrovino accanto a pazienti adulti o in reparti pediatrici generici, del tutto inadatti a seguirli come avrebbero bisogno.

I numeri che emergono dagli operatori sanitari sono davvero preoccupanti: gli atti di autolesionismo e di tentativi di suicidio fra gli adolescenti sono in aumento ormai da qualche anno, e il carico di ansia e stress portato dalla pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione. I ragazzi si fanno male tagliandosi sulle braccia, le gambe, alcuni arrivano a tentare il suicidio gettandosi dalla finestra o ingerendo grandi quantità di tachipirina o mix letali di pillole.

Come spiega a L’Espresso il Prof. Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: «Vediamo negli anni un incremento notevolissimo delle attività autolesive e dei tentativi di suicidio: nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Sebbene le statistiche ufficiali ci dicano che il numero dei suicidi è in leggero calo tra gli adolescenti, l’attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentativo di suicidio».

Numeri allarmanti arrivano anche all’ospedale Regina Margherita di Torino: i ricoveri per tentato suicidio nel Reparto di Neuropsichiatria infantile sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e, nello stesso periodo, nel Day hospital psichiatrico, l’ideazione suicidaria è passata dal 10% all’80% dei pazienti in carico.

Anche senza arrivare alla sofferenza che si manifesta in atti di autolesionismo o in tentativi di suicidio, in questi mesi resi difficili dall’angoscia per la pandemia, dalla privazione di molti dei contatti sociali “fisici” e dai problemi della didattica online i ragazzi manifestano, com’è comprensibile, emozioni molto negative: amarezza e pessimismo sono i tratti che evidenziano per primi, ad esempio, in una recentissima indagine Ipsos su I giovani ai tempi del Coronavirus. La rilevazione, condotta per Save the Children su studenti tra i 14 e i 18 anni, certifica che per il 46% degli adolescenti il 2020 è stato un “anno sprecato”.  Alla domanda “Cosa pensi che accadrà dopo il vaccino?” solo il 26% ritiene che “tornerà tutto come prima” mentre la stessa percentuale pensa che “continueremo ad avere paura”, e il 43% ritiene che anche dopo il vaccino, “staremo insieme in modo diverso, più online”.



 




 

Padri e figlie, insieme contro gli stereotipi

Girolamo Grammatico, coach umanistico (fra poco ci spiegherà cosa significa) ha scritto un libro che tutti i papà dovrebbero leggere. Ma anche se l’ha intitolato Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”, contiene spunti preziosissimi per ogni genitore e più in generale per chiunque voglia saperne di più su questioni come sessismo, maschilismo, patriarcato, tanto per citare alcuni dei concetti che ricorrono di più nella riflessione di Girolamo, che ha una capacità speciale di “smontarli” delicatamente pezzo per pezzo.

L’obiettivo dichiarato del tuo libro è ambizioso, lo cito per intero: «Cogliere l’opportunità del rapporto fra padre e figlia per indagarlo dal punto di vista del coaching, offrire uno strumento ai genitori per migliorare la propria competenza educativa e realizzare un effetto domino di rinnovamento culturale». Rapporto padre e figlia, dunque: cominciamo da qui?

Se la nascita di un figlio è sempre qualcosa che ti cambia la vita, per un uomo quella di una figlia è l’opportunità per una riflessione ulteriore. Mia figlia Gaia, di 9 anni, mi chiede che padre sarò o, meglio, che padre desidero essere, ponendomi subito una questione di genere: io sono un maschio, comincio a rendermi conto che il mondo è maschio-centrico, come voglio dunque gestire il problema? Ecco, se un padre si fa queste domande ha già messo un piede fuori dallo stereotipo. Se non se le fa, è probabile che viva la propria vita e la relazione con sua figlia col “pilota automatico”, rischiando di crescere una figlia sottomessa o ribelle non perché è il suo carattere, ma perché non è stato capace di costruire con lei una relazione matura.

Un altro elemento fondamentale di Padri e figlie è il coaching. Che tipo di coach sei e in che cosa il tuo lavoro ti aiuta nell’apprendimento alla genitorialità?

Io sono un coach umanistico, la tipologia di coaching che allena le potenzialità della persona e parte da queste affinché diventino virtù ed eventualmente talenti, eccellenze. Il coach umanistico non agisce direttamente sul problema, ma sulle risorse interiori affinché da lì nascano le soluzioni. Si tratta di un approccio sì filosofico, ma anche e soprattutto pratico, perché il coach (da qui il nome) deve mirare all’allenamento dell’altro: non si deve limitare al dialogo con il suo coachee (cliente), ma appunto deve essere fedele al mandato di coaching che significa allenamento, esercizio. E si tratta di un allenamento alla portata di tutti: lo provi, se funziona bene, sennò lo cambi, senza remore e sensi di colpa.

E quindi fai il coach di tua figlia?

Assolutamente no! In questo caso sono solo il coach di me stesso. Infatti, quando mi capita di esagerare, è proprio Gaia che me lo fa notare: dài papà, ora basta con questa saggezza… Succede ad esempio quando, guardando un film, colgo lo spunto per un qualche discorso e lei fiuta subito l’aggancio educativo, pedante, fermandomi. Un altro esempio: l’altro giorno mia figlia doveva comprare un regalo per una sua amica, le ho suggerito qualcosa e mi ha risposto sicura che «non tutte le famiglie sono femministe». Oltre al fatto che Gaia è una persona a me vicina, un mio familiare, questo accade per un motivo da manuale: non si può fare coaching se non c’è domanda di coaching. E sicuramente i bambini non vengono a chiederti di allenarli…

Girolamo Grammatico, autore di Padri e figlie
Girolamo Grammatico, autore di “Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”

Nel libro auspichi che l’educazione alla parità di genere in famiglia possa avere un effetto domino sulla società. Quali sono ancora oggi le barriere da abbattere?

Sicuramente il bersaglio principale resta la cultura patriarcale. Che ha due limiti principali, oggi sempre più evidenti: la scarsa capacità di gestire le emozioni e di comprendere le diversità. Parto da questo secondo punto, caldissimo: il patriarcato teme le diversità perché è rigido e verticistico, mentre la diversità è parallela, composita, eterogenea. Il patriarcato vede il mondo diviso in maschi e femmine bianchi ed eterosessuali, ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va: il mondo è più complesso, ricco, “sottosopra”. Quello che dobbiamo fare è educarci alla diversità, accettandola non passivamente ma come alterità da comprendere. Certo, in molti fanno fatica – e anch’io mi ci metto qualche volta – a capire tutte le sfumature della diversità, ma l’atteggiamento migliore è quello del curioso, come se dovessimo fare un “collaudo” delle nostre convinzioni (prendo a prestito quest’idea da Bruno Mastroianni). Ed è un concetto interessante, perché “collaudandosi” si arriva a qualcosa che supera quello da cui si è partiti. Anche sul primo punto, la scarsa alfabetizzazione ai sentimenti, c’è molto da fare. Siamo purtroppo abituati a identificare ed esprimere pochi sentimenti base, come gioia, dolore, rabbia, paura, tristezza. Ma c’è un vocabolario dei sentimenti vastissimo e quando mi alfabetizzo ai sentimenti li riconosco anche negli altri, entro in empatia con molta più facilità. Del resto, come aveva capito l’antropologo Robert Levy già cinquant’anni fa, se ti mancano le parole per raccontare il tuo mondo interiore l’unico modo che hai per esprimerti è la rabbia.

A proposito di parole: è lì che si annidano molte trappole del sessismo…

Espressioni come “non fare la femminuccia, donna al volante, guarda che bravo mammo”: sembrano innocue, ma dietro nascondono una visione del mondo stereotipata e discriminatoria, in cui raramente le parti si invertono. La forza del patriarcato oggi è che non si presenta più con la faccia severa del passato, ma con il volto benevolo di chi è superiore alle mode, è inclusivo, paternalistico. Intendiamoci: non dico che dobbiamo star lì a puntualizzare su ogni cosa, ma quando abbiamo l’occasione di smontare questi meccanismi anche linguistici con i nostri figli, ebbene facciamolo. E a quelli che mi chiedono: ma tu cosa faresti per rimediare alla crisi del maschile? Rispondo che già vedere tutto questo come una crisi del maschile è inquadrarlo secondo un’ottica patriarcale, è il maschilismo che si ribella. Questo non è il maschile: il maschile è corale, è fatto di tante cose, non di stereotipi.

Vorrei chiudere la nostra chiacchierata con uno dei workout che proponi nel libro: «Per la prossima settimana, ogni volta che parlerai con una donna ascolta in silenzio fino alla fine. Non intervenire finché non richiesto e non dare consigli se non ti vengono espressamente domandati». Con questo “esercizio” metti il dito in un punto dolente, quello che in inglese si chiama mansplaining.

Viene da man ‘uomo’ + explain ‘spiegare’ ed è qualcosa che probabilmente tutte le donne hanno sperimentato prima o poi: indica l’uomo (un capo, ma anche un compagno, un marito, un amico) che arringa una donna come se sapesse tutto lui, quando magari invece è lei che ne sa di più. Questo esercizio, che viene dalla comunicazione empatica, va però al di là della questione della parità di genere: aiuta a educarci all’ascolto, una capacità che usiamo molto poco, abituati come siamo a parlare più forte per avere ragione. Quante volte ci succede che mentre il nostro interlocutore parla stiamo già pensando alla risposta? È sempre un retaggio della cultura autoritaria in cui siamo cresciuti. Il workout che hai ricordato ci aiuta a rimanere focalizzati sull’interlocutore, senza annullarci, ma rendendoci consapevoli di questi meccanismi invasivi e condizionanti che ci allontanano da una vera connessione con l’altro e l’altra.

Ph: Mael Balland (Unsplash).

 

 

Esce in Italia il libro più diffuso negli USA per i familiari di persone con disturbo borderline

È uscito da poco per Erickson il volume “Superare il disturbo borderline di personalità” di Valerie Porr, fondatrice dell’onlus internazionale TARA (Treatment And Research Advancements for Borderline Personality Disorder): non un testo accademico, ma una vera e propria Guida pratica per familiari e clinici, come recita il sottotitolo. altrimenti ne ha parlato con le due curatrici dell’edizione italiana: Elisabetta Pizzi, psicologa e psicoterapeuta DBT, e Francesca Gallini, pediatra e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Elisabetta, cominciamo con lo spiegare che cos’è il disturbo borderline di personalità.

EP: Il disturbo borderline di personalità è essenzialmente un disturbo del sistema emotivo: le persone che presentano questa diagnosi hanno una vulnerabilità emotiva, su base biologica, che consiste nell’avere emozioni molto più intense degli altri e grande difficoltà nel gestirle, ad esempio difficoltà a tornare calmi se si arrabbiano, a placare l’agitazione se sono particolarmente ansiosi o a riattivarsi se sono depressi o tristi. La difficoltà di cui parliamo è appunto biologica e le persone che soffrono del disturbo senza un trattamento specifico non riescono a gestire questa parte emotiva, pur  desiderandolo intensamente:  hanno assoluto  bisogno di un allenamento psicologico mirato ad  abbassare l’intensità delle loro emozioni.

Un’altra caratteristica è che le persone con disturbo borderline di personalità si attivano con pochissimo: a volte basta anche lo sguardo di una persona che magari per motivi propri è arrabbiata per farli sentire rifiutati o attaccati. È come se vivessero faticosamente in un mondo che attiva tanti stimoli e da cui in qualche modo si devono difendere, è come se avessero continue esplosioni emotive interne che possono portarli ad avere molti problemi relazionali. Il dolore che questi pazienti provano a volte arriva a essere così intenso da far nascere in loro idee suicidarie e comportamenti autolesivi o parasuicidari (ovvero comportamenti che non sono finalizzati a uccidersi ma che possono comunque portare alla morte, come guidare sotto l’effetto di stupefacenti o alcol e tagliarsi le braccia). Questa vulnerabilità emotiva li porta a essere molto impulsivi.  Una delle emozioni che gestiscono con più difficoltà è la rabbia, per cui a volte hanno degli scatti d’ira violenti; oppure sperimentano stati di solitudine fortissima, anche se si trovano in presenza di altre persone, o di vera e propria angoscia se devono esporsi in situazioni di performance. Per tutti questi motivi faticano ad avere relazioni, anche perché nei momenti di crisi possono arrivare ad avere comportamenti aggressivi nei confronti dei loro familiari, che vivono a loro volta in uno stato di grande sofferenza.

Da che età si può cominciare a parlare di disturbo border?

EP: Tradizionalmente i protocolli medici imponevano che la diagnosi si facesse solo dopo i 18 anni, ma da un po’ di tempo esperti soprattutto statunitensi hanno iniziato a parlare di diagnosi precoce, anticipandola anche all’inizio dell’adolescenza. Oggi si incentiva proprio la diagnosi precoce, per poter intervenire prima possibile e prevenire il carico di sofferenza che altrimenti questi pazienti sono destinati ad accumulare negli anni. Se parliamo di vulnerabilità genetica, probabilmente si potrebbero vederne i sintomi fin dall’infanzia, ma non ci sono ancora studi evidence based che dimostrino quali tipologie di vulnerabilità infantile possono portare allo sviluppo del disturbo borderline. Guardando ai dati, in Italia non esistono studi epidemiologici specifici, ma gli studi internazionali indicano un tasso di incidenza del disturbo border fra l’1 e il 5%. Numeri molto significativi, insomma.

Il lavoro di Valerie Porr è molto noto negli Stati Uniti, ma ancora non Italia: Francesca, come avete incontrato questo libro e perché è importante averlo tradotto?

FG: Me ne parlò tempo fa un familiare di Genova, Barbara Corbin: quando l’ho letto per la prima volta in inglese ne sono rimasta folgorata. Finalmente un libro che insegnava ai genitori, con un linguaggio chiaro per non addetti ai lavori e ricco di esempi pratici, che cos’è questo disturbo e come gestirlo. Con Elisabetta e altre mamme di Genova ci siamo presto rese conto che in italiano non esisteva niente di simile e che dunque era necessario venire incontro al bisogno di tanti pazienti e delle loro famiglie, dando loro soprattutto la speranza che si può per davvero stare meglio. Il concetto alla base del volume è che intorno alla persona che soffre c’è un’intera famiglia che soffre e di cui nessuno si occupa. Inoltre, se si fanno dei trattamenti sui pazienti molto gravi che vivono in casa o sugli adolescenti senza integrare la famiglia, si rischia che siano quasi inefficaci: dunque, se si vuole curare i pazienti border, diventa fondamentale prendersi carico anche delle loro famiglie. Valerie Porr racconta poi molto bene perché spesso i familiari delle persone con il disturbo borderline di personalità hanno difficoltà ad essere credute e capite dagli amici o altri familiari. Spiega infatti che i border possono avere una “competenza apparente”: in alcuni ambienti (come la scuola o il lavoro) funzionano sufficientemente bene, mentre a casa, in un ambiente emotivamente più coinvolgente, tirano fuori tutti i loro sintomi. E spesso i familiari, che hanno a che fare con loro in questi momenti di disregolazione, se parlano con persone esterne, hanno la sensazione di inventarsi le cose.  Innanzitutto quindi leggere nero su bianco che non sono soli e che la loro esperienza è condivisa da molte altre persone può dare a questi familiari immediato sollievo.

Valerie Porr insegna ai genitori delle tecniche per la gestione del disturbo border basate su due metodologie scientificamente riconosciute: la DBT e il trattamento basato sulla mentalizzazione. Di che si tratta?

EP: È un punto molto importante. Per quanto riguarda la DBT, ideata da Marsha Linehan, è attualmente uno dei trattamenti più diffusi ed efficaci del disturbo border, con più di 20 studi di efficacia (contro i 2-3 degli altri trattamenti). Un elemento chiave di questa terapia è lo sviluppo della capacità di accettare la vita così come è. L’“accettazione” è qualcosa che devono imparare in primo luogo i pazienti stessi, che purtroppo si trovano a dover accogliere un passato e un presente di profonda sofferenza e un futuro spesso molto incerto, ma Marsha Linehan ribadisce anche l’importanza di insegnare l’accettazione ai terapeuti, che devono a loro volta accettare i comportamenti difficili di questi pazienti (che possono essere anche molto aggressivi nei loro confronti, non venire alle sedute, rifiutarsi di pagare e così via), senza essere punitivi e puntando invece alla comprensione dei meccanismi che li mantengono e al cambiamento in base a dei tempi realistici.  

Il trattamento basato sulla mentalizzazione si fonda invece sugli studi degli inglesi Peter Fonagy e Antony Bateman (2004), secondo cui chi ha un disturbo border non ha sviluppato un’adeguata capacità riflessiva sui propri pensieri ed emozioni e su quelli degli altri. Secondo questi scienziati per curare il disturbo borderline è necessario insegnare ai pazienti a riflettere sui propri pensieri ed emozioni e sui fraintendimenti che possono nascere a livello relazionale con gli altri. Anche questo trattamento è risultato efficace dal punto di vista scientifico. Su presupposti in parte simili si basa anche la terapia metacognitivo-interpersonale, un trattamento tutto italiano, anch’esso studiato scientificamente e con prove di efficacia, che è stato sviluppato qualche anno prima rispetto agli studi di Bateman e Fonagy presso il Terzo Centro di Psicologia Cognitiva, un centro clinico e di ricerca di eccellenza per la cura dei disturbi di personalità che ha sede a Roma. Anche secondo questi studiosi, quindi, riuscire a stimolare un pensiero consapevole sui propri impulsi aiuta a ridurre la reattività emotiva delle persone.
Basandosi su questo tipo di studi, Valerie Porr aiuta i familiari a usare modalità più riflessive nell’analisi delle situazioni relazionali con i loro figli, stimolando la capacità di  “mentalizzazione” dei genitori.  

Da quanto descrivete sembra che il libro possa essere una guida fondamentale per chiunque vive con una persona con disregolazione emotiva…

FG: Proprio così: tuttavia può essere di grande aiuto anche per chi sta accanto a una persona traumatizzata, per farla vivere in un ambiente meno sollecitante dal punto di vista della riattivazione relazionale. In generale è un libro molto utile per tutti i familiari che si rapportano a un proprio caro con disregolazione emotiva, ossia con chi ha delle emozioni molto forti, che sia una persona traumatizzata o con disturbo bipolare o con disturbo borderline. Addirittura si potrebbe dire che è un libro utile a tutti: le tecniche che insegna, dalla validazione all’accettazione radicale e alla mentalizzazione, servono a ognuno di noi nel quotidiano, col collega nervoso, con la cameriera al ristorante che è troppo indaffarata per vederti, con  l’automobilista disattento che ti viene addosso con la macchina. Del resto, forme di disregolazione emotiva dovute anche a dei piccoli traumi possiamo averle tutti, dipende da ciò che ci accade nella vita.

Se doveste indicare il concetto di questo libro che volete arrivi a più persone possibile, quale sarebbe?

FG: Cito una frase secondo me illuminante: “Con i vostri cari dovete decidere se avere ragione o essere efficaci”. Nel senso che è più importante trovare un modo di entrare in relazione con gli altri e riuscire a farsi capire piuttosto che intestardirsi cercando di dimostrare di avere ragione. Quello che conta è ottenere il risultato e aiutare il nostro familiare in difficoltà.

EP: A mio parere è fondamentale che i genitori imparino a esigere terapie evidence-based per i loro figli. Può sembrare assurdo, ma ancora da troppe parti vengono impiegate cure che non sono verificate scientificamente. Spero che la lettura di questo libro aiuti le famiglie a fare domanda di cure davvero adeguate e convalidate, in modo da obbligare i servizi sanitari a dare risposte altrettanto adeguate.

Ph: Porcellane “kintsugi”, antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti con la polvere d’oro.

 

Auguri da altrimenti!

altrimenti è lieta di augurare un sereno 2021 a tutti i soci, gli amici e donatori e di condividere i progetti avviati con il loro sostegno nel corso del 2020. Eccoli:

– insieme all’Istituto Nazionale di Bioarchitettura stiamo lavorando a un grande progetto di Biovillaggi destinati a percorsi di autoimpiego per persone con vulnerabilità psicosociali.

– un gruppo di ex pazienti ha dato vita a Ceramicando, una produzione artigianale di ceramica che si avvia a diventare una piccola impresa.

– abbiamo contribuito a formare 30 terapeuti in DBT (terapia dialettico comportamentale) per la cura del disturbo borderline, sensibilizzandoli in particolare all’inclusione dei genitori nel percorso terapeutico.

– a cura dell’associazione è da poco uscita la traduzione italiana del libro di Valerie Porr Superare il disturbo borderline di personalità. Una guida pratica per familiari e clinici (Erickson): un testo fondamentale per capire il disturbo border, pensato non solo per gli addetti ai lavori ma soprattutto per i familiari dei pazienti.

– i nostri terapeuti hanno condotto la formazione agli operatori della Casa di Francesco, una casa-famiglia per persone con grave disturbo borderline di personalità.

– abbiamo lanciato un sito finalizzato alla divulgazione scientifica relativa ai disturbi, ai trattamenti di psicoterapia che risultano efficaci per aiutare le persone con difficoltà emotiva e i loro familiari a orientarsi nel difficile mondo della salute psicologica.

Anche per il 2021 abbiamo bisogno del vostro sostegno per continuare a occuparci di persone con fragilità e a diffondere presso pazienti, familiari e medici metodi di cura convalidati scientificamente. Perché la salute psicologica non deve essere un privilegio per pochi, ma un diritto di tutti. 

DONA ORA!

L’importanza di una risata

Vi siete mai chiesti perché ridiamo? Tutti noi sappiamo o intuiamo cosa sia l’umorismo, ma diventa forse più difficile quando dobbiamo definirlo con chiarezza ed esaustività.

Nei secoli passati decine di psicologi, neuroscienziati e filosofi hanno condotto numerose ricerche sul perché un determinato evento o alcune situazioni ci facessero ridere. Gli antichi greci promuovevano la teoria della superiorità: ridiamo delle sventure proprie o altrui perché così facendo ci sentiamo superiori. Agli inizi del Novecento Sigmund Freud sostenne che la risata ci permette di allentare la tensione e liberare «l’energia psichica».

A oggi non esiste ancora una teoria che spieghi pienamente tutti gli aspetti dell’umorismo, ma moltissime ricerche sembrano aver individuato due fattori principali: l’incongruità e l’errore.

Ci fa ridere ciò che è incongruo, l’accostamento tra concetti incompatibili, la violazione delle nostre aspettative, la discrepanza tra le nostre attese e la realtà: «Oggi una coccinella si è posata su di me, se n’è andata subito dicendo: porto fortuna non faccio miracoli!».   

Inoltre ridiamo perché scopriamo l’errore. Il divertimento consisterebbe nella scoperta dell’errore. L’errore nostro o altrui ci fa ridere perché, ridendoci su, ne prendiamo le distanze e ce ne sbarazziamo. È il caso per esempio del celebre Mr. Bean o dell’altrettanto famoso Ing. Fantozzi.

Ridere fa bene

Pur non essendoci una teoria che riesca a spiegare i numerosi aspetti dell’umorismo, è certo che ridere fa bene: migliora la memoria (ricordiamo meglio le informazioni raccontate con uno stile ironico), influenza la scelta del partner (chi sa ridere e far ridere è percepito come più attraente) e soprattutto aiuta a combattere lo stress. In quest’ultimo caso le ricerche hanno dimostrato che le terapie del sorriso nei reparti ospedalieri, contribuiscono ad abbassare lo stress nei piccoli pazienti diminuendo i livelli di cortisolo nel sangue. L’umorismo spesso è anche una strategia psicologica molto utile: attraverso l’ironia e l’autoironia riusciamo a prendere distanza da ciò che a volte ci fa sentire inadeguati, ci provoca angoscia o ci dà preoccupazione. Nel corso del mio lavoro come psicoterapeuta un senso dell’umorismo rispettoso e non invadente è risultato un efficace strumento di accoglienza e condivisione, capace di mettere a proprio agio il paziente. Spesso sono solita iniziare il mio primo colloquio con un paziente con questa piccola battuta: «Allora come mai da queste parti?».

In alcune tecniche dell’ACT (Acceptance and Committent Therapy) l’ironia ci aiuta a prendere distanza emotiva da ciò che ci fa stare male inutilmente. Andate a un pensiero ricorrente che vi preoccupa o vi provoca angoscia in modo ingiustificato: immaginate ora che a pronunciare quel pensiero sia la voce di Paperino, Topolino o uno dei vostri cartoni animati preferiti. Oppure, provate a immaginare che quello stesso pensiero venga canticchiato con il motivetto di Tanti auguri.  È probabile che un esercizio del genere vi strapperà un sorriso e vi aiuterà a non essere un tutt’uno con quel determinato pensiero. In fondo si tratta solo di un pensiero!

L’ironia e l’autoironia intervengono in nostro aiuto anche quando siamo molto emozionati e tesi o quando magari compiamo un’azione un po’ goffa. Essere in grado di scherzare e prendersi in giro si rivela una strategia cognitiva di alto livello che ci permette di attenuare quel senso di vergogna o inadeguatezza che tutti noi prima o poi abbiamo provato almeno una volta nella vita.

L’umorismo, specie oggi quello del web, è spesso anche una chiave di accesso al mondo dei giovani. I famosi meme sono tra i linguaggi preferiti dagli adolescenti per esprimere i loro disagi, le loro paure e lo scontento per come gli adulti hanno ridotto il mondo in cui vivono. Si potrebbe quasi dire: dimmi che meme ti piacciono e ti dirò che adolescente sei.

Concludo questo breve excursus nel mondo dell’humor affermando che mai come oggi, data l’emergenza sanitaria mondiale che noi tutti stiamo vivendo, la capacità di ridere e far ridere diventa un dono prezioso, uno strumento fondamentale a cui far ricorso per alleggerire un po’ i nostri animi e provare a esorcizzare la paura.

Ph: Silvia Pasquetto

Come difendersi dalla propria invidia e da quella altrui

Uno dei tormenti principali dell’invidia sta proprio nel prendere atto di essere invidiosi, con tutte le implicazioni degradanti che questo comporta. È comprensibile quindi che l’invidioso tenti di difendersi dal suo stesso sentimento, cercando di negarlo, camuffarlo o di trasformarlo in qualcosa d’altro. Le manovre difensive dell’invidioso sono essenzialmente di tre tipi.

La negazione della propria inferiorità

L’invidioso nega che sia in atto un confronto con l’invidiato, oppure che questo lo ponga in una condizione di inferiorità. In genere questo avviene intervenendo sull’importanza dell’oggetto del confronto, riducendola o negandola del tutto: in tal modo l’invidioso evita di riconoscere la sua mancanza di potere rispetto allo scopo in questione. Infatti il nostro potere conta in quanto è un mezzo per raggiungere un determinato obiettivo, se l’obiettivo non c’è o non ha particolare valore, non ha senso considerarsi inadeguati o incapaci.

La giustificazione del malanimo

Un’altra strategia messa in atto dall’invidioso consiste nell’attribuire all’altro un atteggiamento aggressivo (ad es. “sbandierare” un certo successo professionale), trasformando quello che è un dato di fatto (l’inferiorità nel confronto in atto), in un danno inflitto di proposito dall’invidiato.

Altri, invece, tentano di giustificare il malanimo travestendolo da indignazione e risentimento: l’invidiato non merita il suo successo, perché l’avrebbe ottenuto in maniera disonesta, violando senz’altro qualche regola e danneggiando qualcuno più meritevole di lui. Quando inoltre, il “più meritevole” è l’invidioso stesso, che si vede derubato da un successo che gli spettava, entra in campo il tentativo di trasformare una mancanza in una perdita, e quindi l’invidia in gelosia.

Nell’ambito dei tentativi dell’invidioso di giustificare in qualche modo il malanimo, rientra anche l’attribuzione del successo dell’invidiato ad un banale colpo di fortuna. In questo caso, dal momento che le capacità e l’impegno personali non sono stati chiamati in causa, di fatto non si stabilisce una presunta superiorità dell’uno sull’altro.

La lotta contro l’invidia: partecipare della gioia dell’altro

La strategia più interessante e forse risolutiva da parte dell’invidioso consiste nel trasformare un obiettivo parallelo in un obiettivo comune: identificandosi con l’invidiato, può condividere con lui la soddisfazione per il successo ottenuto.

All’inizio questa operazione è molto complessa e richiede di ridurre la dissonanza cognitiva tra lo stato d’animo dell’invidioso di delusione e la dimostrazione di essere felice per l’altro. Tuttavia, studi di psicologia sociale hanno dimostrato che, cercando di sforzarsi di provare stati d’animo congrui al comportamento esibito, è possibile ridurre progressivamente lo scarto tra il comportamento stesso (mostrare di essere felici, di “fare il tifo” per l’altro) e i sentimenti reali da parte dell’invidioso. In questo ultimo caso, gioca un ruolo decisivo la coscienza morale dell’invidioso, ovvero provare ribrezzo per un sentimento così ignobile “per lui” come l’invidia.

E l’invidiato, come può difendersi?

Venendo ora ai meccanismi di difesa dell’invidiato, è stato dimostrato che la strategia vincente è proprio quella di incentivare i comportamenti “partecipativi” da parte dell’invidioso, a scapito di quelli “competitivi”, condividendo in qualche modo con lui il proprio vantaggio.

Alcune forme di condivisione sono chiaramente di natura simbolica, nel senso che l’invidiato (o invidiabile), pur conservando il proprio vantaggio, ne offre una piccola parte al potenziale invidioso, perché festeggi con lui o sia comunque gratificato e ben disposto all’attenzione che riceve.

Tanti riti di festeggiamento per momenti importanti della vita sociale (es. cerimonie nuziali, o ricorrenze religiose della comunità), possono essere interpretati anche come un sistema che le diverse società hanno trovato per impedire che alcuni suoi membri raggiungano stabilmente una condizione di vantaggio sugli altri. Istituzionalizzando, per così dire, delle misure anti-invidia.

L’invidia – Che cos’è, perché la proviamo e come difendercene: terza e ultima parte. I due articoli precedenti sono stati pubblicati il 4 giugno e il 29 giugno.

Fonte: Maria Miceli, L’invidia. Anatomia di un’emozione inconfessabile, Bologna, Il Mulino, 2012.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sovraccarico mentale: sono le donne a soffrirne di più

Qualche tempo fa mentre gironzolavo sui social in un raro momento di quiete, mi sono imbattuta in una vignetta dell’artista francese Emma sul sovraccarico mentale delle donne. Dato il periodo post Covid che ci troviamo ad affrontare ho pensato che parlare di sovraccarico mentale potesse essere utile.

Il sovraccarico mentale è rappresentato da quell’insieme di attività, compiti, azioni della vita quotidiana che tentiamo di portare a termine. Nel caso di sovraccarico mentale acuto ci sforziamo di compiere, in uno stesso momento, attività incompatibili tra di loro sul piano cognitivo come per esempio mandare una mail importante, rispondere a una telefonata nel bel mezzo della mail e gestire un piccolo guaio combinato da vostro figlio.

Se vi doveste mai trovare in una situazione simile noterete una sorta di blocco, di incapacità a proseguire in una qualsiasi delle direzioni. Nel caso di sovraccarico mentale cronico invece non c’è la necessità di svolgere contemporaneamente tutte le attività ma semplicemente di non dimenticarle. Per esempio se dobbiamo ricordarci di spedire una lettera importante, di iscrivere nostro figlio alla gita scolastica e di fare la spesa. Il sovraccarico cronico può essere paragonato alla sensazione del “devo pensare io a tutto”. 

Il bisogno di controllare tutto

Chi soffre di sovraccarico mentale in genere cerca di anticipare, pianificare, organizzare, selezionare e controllare quasi tutto. Il rischio più grande è di finire in un vortice in cui, pur consumando una quantità eccessiva di energie, non si riesce a mollare la presa. Si ha la sensazione di essere sopraffatti, di non essere più efficienti, di dimenticare qualcosa di importante. Lo stress che ne deriva può manifestarsi attraverso sintomi fisici o psichici. Purtroppo ad oggi i dati ci dicono che il sovraccarico mentale continua a colpire prevalentemente le donne che rispetto agli uomini continuano a farsi maggiormente carico dell’organizzazione familiare ed educativa e che mal tollerano la possibilità di perdere il controllo. Senza entrare nel merito delle ragioni per cui noi donne temiamo così tanto un’eventuale perdita di controllo possiamo affermare che un sovraccarico mentale che si protrae per un tempo molto lungo ci rende vulnerabili sia sul piano emotivo che su quello fisico.

I 9 pilastri

Vediamo allora come si può ridurre il carico mentale: tra le varie tecniche proposte in questi ultimi anni, ce n’è una proposta dalla psicologa Cécile Neuville che a mio parere può essere utile e facilmente attuabile. Si tratta di mantenere un equilibrio tra 9 pilastri esistenziali: vita amorosa (vita di coppia, sessualità, tempo condiviso) vita familiare (sicurezza dei figli, emozioni, progetti, suoceri, famiglie allargate), vita sociale (relazioni con gli altri, amici, sincerità, frequenza), vita professionale (carriera, impiego del tempo, stipendio, riconoscimenti, ambizioni e sicurezza), piacere personale (svago, divertimento, passioni e hobby, cose che facciamo per puro piacere verso noi stessi) stila di vita sano (alimentazione, pasti, sonno, salute), gestione della quotidianità (gestione amministrativa, finanziaria e domestica), realizzazione personale (fiducia in se stessi, autostima, immagine di se, che tipo di persone vogliamo essere), azioni per gli altri (generosità, condivisione, aiuto, ascolto, altruismo).

Il consiglio della Neuville è di fissare un bilancio settimanale o mensile di questi pilastri e dell’equilibrio tra di essi. Prendetevi qualche minuto per riflettere sui vostri 9 pilastri esistenziali e poi per ogni area della vostra vita, iniziate a porvi le seguenti domande: come mi sento in quest’area della mia vita? Quanto sono soddisfatto in una scala da 0 a 10 di come sta andando quest’area della mia vita? Quanto tempo dedico a quest’area e quanto ne vorrei dedicare? Come potrei migliorare il livello di soddisfazione in quest’area? Qual è la prima azione che posso intraprendere per aumentare il livello di benessere in quest’area? Se tra i pilastri c’è disequilibrio, il sovraccarico mentale aumenta.

Non più Wonder Woman

Soffermandovi periodicamente a fare un bilancio dei vostri pilastri, avrete non solo una visione d’insieme di come sta procedendo la vostra vita ma anche un’idea chiara di quali aree richiedono un’attenzione maggiore. È importante sottolineare che non tutti riusciranno a individuare necessariamente 9 pilastri esistenziali. Il numero dei pilastri a parer mio viene stabilito dai valori importanti per ognuno di noi, da che tipo di persona vogliamo essere durante la nostra vita. Quindi, sia che ne riusciate ad individuare 7, 9 oppure 4, l’importante è che tra essi ci sia equilibrio. Infine se deciderete di provare questo piccolo esercizio fate attenzione a non dimenticare il pilastro del piacere personale e del divertimento: una delle cause del sovraccarico mentale risiede nella poca importanza che viene data a questo pilastro. In una società che promuove a tutto spiano l’immagine della Wonder Woman, il tempo da dedicare al piacere personale ha perso valore e ha lasciato spazio al perfezionismo e all’efficienza.

Fonti: Mind – la Repubblica

Siamo invidiosi di chi ci assomiglia

Continuiamo il nostro viaggio nell’invidia. Ora, è vero che ci sono alcuni tipi di personalità più inclini all’invidia, ad esempio con problemi di autostima, ansia, depressione, irritabilità e tendenze ostili. Ci sono però alcune circostanze particolari nelle quali si può manifestare l’invidia anche negli invidiosi “occasionali”. Ecco quali.

Affinità con il rivale  

Si invidiano con maggiore probabilità coloro che sono vicini per tempo, spazio, età, reputazione. Una spiegazione molto probabile è che questa affinità induce pensieri che in psicologia sono chiamati “controfattuali”, ovvero del tipo “sarebbe potuto capitare a me”, stabilendo un confronto tra quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere. Pensare “avrei potuto essere io” e constatare che invece non è così acuisce la sofferenza della frustrazione: i desideri frustrati che ci sembrano alla nostra portata fanno soffrire di più di quelli che vediamo per noi irraggiungibili e tendiamo a relegare in un mondo di fantasia. Ci sono anche aspetti legati all’autostima, perché dire “avrei potuto essere io”, significa che il vantaggio del rivale rappresenta in qualche modo una critica per lo svantaggiato. Buona parte del tormento, infatti, nasce dal sospetto che ci sia qualcosa di “sbagliato” (inadeguato, incapace, inconcludente) in lui.

Il confronto sociale e le sue funzioni

È proprio il confronto sociale che innesca o può innescare invidia, indipendentemente dalle caratteristiche caratteriali dei soggetti. Se non avvertiamo qualche affinità con l’altro, di solito il confronto non avviene o perde interesse o rilevanza. Tuttavia, bisogna precisare che si tratta spesso più di una somiglianza percepita, che può non corrispondere alla realtà dei fatti. Inoltre, come dimostrato da numerosi studi, si tratta di una somiglianza leggermente migliorativa. Cioè scegliamo persone che sono leggermente migliori di noi: un po’ più intelligenti, un po’ più capaci, un po’ più attraenti. Quale è il vantaggio di confrontarsi con chi è un po’ meglio di noi? Che ci fornisce strumenti per migliorare noi stessi, permettendoci di raggiungere la posizione della persona di riferimento. Confrontandoci con l’altra persona, possiamo capire meglio quali sono le nostre lacune e provare a colmarle. Per questo motivo è importante il confronto soltanto con chi è un po’ meglio di noi, altrimenti se la differenza fosse troppo grande, aumenterebbe soltanto la frustrazione.

Dal confronto “verso l’alto” al senso di inferiorità

Il confronto con chi è un po’ migliore di noi si caratterizza per una prima fase di parziale assimilazione. Con il tempo, emergono delle differenze tra noi e l’altra persona, e queste differenze possono condurre ad annullare l’assimilazione iniziale, facendo emergere inizialmente un effetto di contrasto, per poi arrivare a concludere di non essere come l’altro, ma inferiori a lui. Negli invidiosi, quindi, accade qualcosa del genere: si parte da un’aspettativa di somiglianza con l’avvantaggiato, poi il confronto con la realtà delude amaramente questa aspettativa e quindi gli invidiosi stessi sono dolorosamente costretti a riconoscere la propria inferiorità. Dopo questa delusione iniziale, paradossalmente, gli invidiosi si sentono spinti a confrontarsi ancora più spesso con l’invidiato, quasi lo spiano. Questi atteggiamenti li riconfermano nella delusione iniziale, che diventa sempre più cocente, perché ogni volta ribadisce la loro inferiorità.

Importanza del dominio di confronto

Per soffrire della nostra inferiorità, il dominio su cui avere il confronto deve essere importante per noi, e in particolare, per la nostra autostima. Per esempio, se mi confronto con un collega del mio stesso ambito professionale un po’ più brillante di me, ecco che avverto un certo disagio, un malessere che mi segnala che la mia autostima viene minacciata. Se invece si tratta di pregi che riguardano mia sorella o mio fratello, queste loro doti mi rendono orgoglioso, mi vanto delle loro imprese, come se i loro pregi si dovessero riflettere indirettamente su di me: del resto, si tratta dei miei fratelli! La psicologia sociale ha dimostrato che, se il confronto avviene in un dominio che non ha rilevanza per la mia autostima, quest’ultima non viene intaccata; anzi, quanto più ci vediamo simili all’avvantaggiato e abbiamo con lui un rapporto intimo (un parente, un amico, un amante), tanto più tendiamo ad identificarci con lui e questo porterà ad un potenziamento della nostra autostima, perché brilliamo di “luce riflessa”.

Quando invece il confronto avviene rispetto a scopi “autodefinitori”, cioè funzionali a definire la nostra identità e a stabilire il nostro valore personale, rilevare una nostra inferiorità in questi campi è una seria minaccia per la nostra autostima e suscita reazioni emotive molto negative, tra cui proprio l’invidia. In questo caso, tanto più intimo è il rapporto, tanto maggiore sarà la nostra sofferenza.

Per questo motivo risulta che le relazioni sentimentali o di amicizia tra persone con “aree di competenza” distinte siano meno conflittuali di quelle tra persone con aree di competenza simili. La distanza tra i domini di affermazione personale riduce il rischio di entrare in competizione e di provare sentimenti malevoli e imbarazzanti verso la persona cara. 

Fonte: Maria Miceli, L’invidia. Anatomia di un’emozione inconfessabile, Bologna, Il Mulino, 2012.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autocritica: non superare le dosi consigliate

Cos’è l’autocritica? Ci sono vari punti di vista su quest’argomento: l’opinione più comune è che avere uno spirito critico ci aiuta a rafforzarci e darci spunti di riflessione su noi stessi. Tuttavia, quando l’atteggiamento verso noi stessi è eccessivamente ipercritico, entriamo in un ambito patologico, ed è molto meno semplice rispondere a questa domanda.

Possiamo accorgerci delle conseguenze di un’autocritica eccessiva osservandone gli effetti pratici sulla qualità della nostra vita. Studi recenti condotti da psicologi di fama internazionale come Paul Gilbert hanno evidenziato ad esempio un’evidente correlazione fra comportamenti aggressivi, disordini emotivi, alcolismo e, in situazioni estreme, psicosi e suicidio, con l’ansia sociale che deriva da un’eccessiva autocritica e dal senso di vergogna che vi è collegato.

Sovrastimare i nostri errori

Il rapporto con le nostre emozioni è essenziale per mantenere l’equilibrio nelle relazioni e nelle scelte di vita, e un rapporto problematico con la percezione di noi stessi può farci sentire sconfitti rispetto alle aspettative che avevamo sulle nostre capacità, portandoci alla sensazione di distacco emotivo e sofferenza correlati alla depressione. L’estrema autocritica verso noi stessi ci può rendere incapaci di produrre immagini o pensieri rassicuranti e di fatto condurci, senza un adeguato supporto, a sovrastimare gli errori che commettiamo.

La costante attenzione verso i nostri limiti fa sì che ci concentriamo unicamente su noi stessi, senza farci rendere conto che di fatto le condizioni ambientali oggettive costituite dalla nostra famiglia e dai nostri amici influenzano notevolmente l’impressione che abbiamo di noi e dunque le nostre scelte. Un rapporto familiare disfunzionale in cui veniamo spesso criticati, giudicati o rifiutati, senza ricevere l’opportuna rassicurazione di essere comunque accettati anche di fronte ai nostri sbagli, ci può abituare a un meccanismo in cui ci risulta difficile lenire le nostre ferite, poiché proprio quell’autocritica che avevamo messo al centro del nostro schema mentale adesso sta danneggiando la nostra autostima.

Depressione e autocritica

Nel 1990 i noti psicologi Greenberg, Eliott e Foerster condussero uno studio molto significativo su persone condizionate da un comportamento depressivo derivato dall’eccessiva autocritica. A ogni paziente veniva suggerito di interpretare due ruoli, sedendosi su due sedie differenti: il primo ruolo era quello della parte interiore tendente all’autocritica, che “attacca” e ci porta a ripetere a noi stessi frasi come “Sono inadeguato e senza valore”; il secondo quello della risposta, ovvero la parte di noi stessi che dovrebbe invece portarci a rassicurarci sul nostro valore.

Ebbene, i pazienti con tendenze depressive e patologiche rispetto all’autocritica tendevano a confermare le sensazioni di inadeguatezza, mantenendo un atteggiamento insicuro complessivo, anche nella postura, quale sintomo di disagio. In altre parole, il paziente depresso e autocritico si sentiva estremamente debole quando tentava di difendersi dal suo stesso schema.

Perciò chi vive situazioni traumatiche, specie nell’infanzia, in cui subisce l’aggressione psicologica di una famiglia disfunzionale e ipercritica, tende a sentirsi non semplicemente subordinato a una figura più autoritaria, ma la fonte certa dello sbaglio e del disgusto o disprezzo che avverte intorno a sé.
Per questo motivo in molti individui ipercritici verso se stessi si riscontra un desiderio di eliminare parti di sé, che diviene preponderante al punto da sfociare in comportamenti autolesionistici.

È dunque molto importante capire che l’autocritica può essere molto più di una semplice autovalutazione negativa, e può influire, in assenza di una guida adeguata, sullo sviluppo di tendenze patologiche.

 

Buon compleanno, hikikomori

Forse avete già sentito questa parola, ma chi sono gli hikikomori? “Hikikomori” è un termine giapponese che indica chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, talvolta anche anni, rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. È una condizione patologica che, secondo le ultime ricerche, negli ultimi anni è molto cresciuta: in Italia si stimano oggi intorno a 100mila casi. Ma allo stesso tempo, proprio per la sua natura estremamente privata, è un disagio ancora poco conosciuto e sono scarsi i mezzi per aiutare questi ragazzi e giovani che hanno in genere dai 14 ai 30 anni.

Happy Birthday

Lorenzo Giovenga, giovane regista romano, è fra i pochi ad aver acceso un riflettore sul mondo degli hikikomori e lo ha fatto con un cortometraggio, Happy Birthday, presentato con successo alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Un progetto ambizioso che ha visto il sostegno di nomi importanti dello spettacolo, come Fortunato Cerlino (il Pietro Savastano di Gomorra), Achille Lauro e Terry Gilliam (regista noto anche per aver fatto parte negli anni Settanta dei gloriosi Monty Python).

hikikomori con Jenny De Nucci-
“Happy Birthday”, un corto che parla degli hikikomori

Lorenzo ci racconta come ha conosciuto il mondo degli hikikomori e quello che ha capito di loro. «Il mio incontro con questo fenomeno è nato in maniera abbastanza casuale: stavo facendo delle ricerche per un corto e mi sono imbattuto nel tema degli hikikomori, che non conoscevo affatto. Mi ha subito incuriosito e mi sono messo in contatto con l’associazione Hikikomori Italia, insieme alla quale ho cominciato a capire meglio questo disagio e lavorare per raccontarlo in un film. Quello che per me era importante era trovare una chiave narrativa originale, in grado di parlare ai ragazzi, e non fare una “pubblicità progresso” vecchio stile. Perciò, dato che non era possibile spiegare in 15 minuti una realtà così complessa, ho preferito usare un linguaggio più vicino ai miei riferimenti cinematografici, di genere distopico alla Black Mirror, per dare un taglio più universale alla vicenda».

Com’è stato accolto Happy Birthday dalla comunità di hikikomori?

Un film ha esigenze di “spettacolo” diverse da quelle di un’inchiesta: per questo ho scelto di mettere in scena il contrasto fra la vita reale di un’hikikomori (interpretata da Jenny de Nucci), chiusa al buio nella sua camera, e una festa di compleanno esagerata, coloratissima, stile Alice nel Paese delle meraviglie. Ma nonostante il corto si distaccasse da una rappresentazione piana della realtà, è stato molto apprezzato sia dai ragazzi hikikomori che dai loro genitori, che mi hanno mandato tanti messaggi di condivisione e ringraziamento. Con Happy Birthday abbiamo, credo, portato tante persone a incuriosirsi e a documentarsi sui internet.

Che cosa hai capito di questo fenomeno?

Intanto che essere hikikomori è diverso da essere internet-dipendenti: questi ragazzi non si chiudono in camera per giocare per ore col PC o col cellulare, ma perché odiano il mondo esterno, non si riconoscono nella società e usano la rete solo per entrare in contatto fra di loro. Il che non sempre è un bene, perché barricati nelle loro chat non fanno che rafforzarsi l’un l’altro nel loro disprezzo per la società. Non sono poche le chat che sono state chiuse perché istigavano comportamenti autodistruttivi.

Come sei riuscito a radunare un cast così importante?

Il cast è merito della produttrice, Manuela Cacciamani di One More Pictures. Tutti i componenti del cast hanno fatto un lavoro splendido, forse anche perché si sono sentiti molto coinvolti dall’argomento: da Fortunato Cerlino a Jenny de Nucci, che fino ad allora aveva fatto solo televisione, una vera scoperta. E poi naturalmente Achille Lauro, reduce del successo a Sanremo: temevo che si atteggiasse a star, invece sul set è stato umilissimo, si è innamorato dei costumi di Andrea Sorrentino e ci ha regalato ben due canzoni. Ciliegina sulla torta la locandina disegnata da Terry Gilliam, che si è riconosciuto nel progetto dal punto di vista artistico.

Pensi di continuare la tua esplorazione nel mondo del disagio giovanile?

Sì, ora sto lavorando a una serie che si basa sul rapporto fra genitori e figli all’epoca delle nuove tecnologie. In ogni puntata approfondiremo un tema, cyberbullismo, fake news e così via: Happy Birthday mi ha insegnato anche che i conflitti fra genitori e figli oggi sono diversi. In questo senso mi sembra emblematica la storia che ho letto di una youtuber russa costretta dai genitori a continuare a fare la blogger per motivi di soldi anche se voleva dedicarsi ad altro.

Secondo te è vero che il lockdown ha favorito l’insorgere della sindrome hikikomori, come dicono alcuni osservatori?

È ancora da capire bene, ma come molti penso che si tratta di un disagio molto profondo nei confronti del mondo, che non può essere influenzato da contingenze esterne. Dico di più. Quando ho sentito i loro racconti, mi sono reso conto che questi ragazzi stanno chiusi in casa per gli stessi motivi per i quali anche a noi “normali” spesso capita di non volerci alzare dal letto e dire a noi stessi “oggi voglio restare sotto le coperte”: perché abbiamo un esame difficile, una riunione pesante, qualche compito spiacevole da portare a termine. Vogliono fuggire da un mondo di cui hanno paura, ma è la paura che abbiamo tutti noi di questa società competitiva, che pensa solo alla massa, non ai singoli, per la quale siamo tutti numeri, like. Insomma, credo che ci sia un po’ di hikikomori in tutti noi.