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Mindful-family: come la mindfulness può aiutare non solo le persone con un disturbo psicologico ma anche le loro famiglie

I familiari di persone che soffrono di un disturbo mentale o di una malattia fisica cronica possono raggiungere livelli di stress molto elevati che interferiscono con un buon adattamento nella vita quotidiana: alcuni approcci psicologici sono in grado di affrontare questi fattori sistemici e possono dunque essere molto utili.

Gli interventi basati sulla mindfulness (MBI) si sono rivelati efficaci nell’aiutare le persone che vivono in situazioni croniche di disagio; tuttavia, la maggior parte di questi interventi è stata fino a oggi diretta principalmente ai soli pazienti affetti dal disturbo.  C’è ormai una vasta ricerca che mostra come la mindfulness individuale migliori il funzionamento relazionale, la mindfulness con i genitori (mindful-parenting) migliori lo stato di salute dei figli e la mindfulness nelle relazioni influenzi positivamente la salute e il benessere di entrambi i partner. Possiamo dunque ritenere che gli MBI diretti verso il sistema familiare e non solo verso il singolo individuo, meritino un posto di primo piano nell’assistenza sanitaria. Vediamo insieme perché.

Come spiegano Susan Maria Bögels (Università di Amsterdam) and Lisa-Marie Emerson  (Griffith University, Australia) in una articolo apparso su Sciencedirect, la natura delle malattie somatiche, mentali e croniche è di per sé sistemica. Se ad esempio una donna soffre di depressione, ciò può essere causato da fattori sistemici come la sua educazione e il rapporto attuale con la sua famiglia di origine, la relazione con il suo (ex) partner, con i figli e così via. Anche il sistema sarà influenzato a sua volta e influenzerà il corso della depressione della donna: l’impatto della malattia può estendersi ai suoi rapporti con i suoi figli, il suo (ex) partner e i suoi genitori. Lo stesso processo vale per le malattie fisiche: la malattia di un bambino può essere stata causata da elementi dell’ambiente familiare, quali il cibo e lo stile di vita.

Perciò, dato che attualmente la maggior parte degli interventi basati sulla mindfulness è diretta nei confronti di colui che ha il disturbo, gli MBI indirizzati verso il sistema (ad es. figli, fratelli, genitori) e non solo verso l’individuo, possono venire incontro a un bisogno insoddisfatto. Hanno il potenziale per alleviare la sofferenza di tutta la famiglia, aumentando l’impatto e l’efficacia delle cure nella persona che soffre di una determinata malattia. La mindfulness infatti non solo influenza il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, ma anche il modo in cui ci relazioniamo agli altri: “mindfulness relazionale”, appunto. Praticare un’attenzione centrata sul momento presente e non giudicante, verso se stessi e gli altri, può portare profondi cambiamenti nelle relazioni. Pertanto gli MBI possono essere efficaci per difficoltà relazionali quali quelle coniugali o genitoriali.

La mindfulness individuale si occupa della soddisfazione nella relazione e della capacità di far fronte allo stress che la relazione comporta: nelle relazioni sentimentali, gli studi trasversali e di intervento concordano sul fatto che un alto livello di mindfulness individuale sia associato a una maggiore soddisfazione nella relazione; la mindfulness potrebbe quindi avere un ruolo chiave nel modo in cui gli individui reagiscono al conflitto all’interno di una relazione, compreso un maggiore controllo sulle manifestazioni più impulsive della rabbia. Ad esempio nel momento del conflitto, un livello maggiore di mindfulness è associato a un più veloce ristabilimento del cortisolo di fronte ad un comportamento negativo del partner.

È probabile che queste evidenze non riguardino solo le relazioni sentimentali ma anche la mindfulness genitoriale. C’è un ampio gruppo di studi recenti e trasversali che pone in evidenza come il mindful-parenting sia associato a un più basso tasso di psicopatologie nei figli – depressione, ansia, rischio di assumere sostanze stupefacenti e o comportamenti sessuali a rischio. È associato anche ad un miglior controllo glicemico negli adolescenti con diabete.

In considerazione di tutti questi dati e in un’ottica di cura e prevenzione possiamo dire che la mindfulness genitoriale o comunque per i familiari delle persone che soffrono di un disagio psichico o fisico e per i problemi relazionali all’interno delle famiglie merita davvero un’attenzione particolare nel panorama scientifico.

La scienza conferma l’importanza del nervo vago nel benessere fisico e mentale

Il suo nome in latino significa “vagabondo” e secondo le ultime ricerche scientifiche, sembra avere un ruolo centrale nel benessere fisico e psicologico: è il nervo vago. Ma di che si tratta? Quando ad esempio facciamo un respiro profondo, abbracciamo un amico o allunghiamo un po’ i muscoli, sentiamo un senso di calma e comfort. Questi movimenti attivano un complicato sistema nervoso che collega il cervello al cuore, all’intestino, al sistema immunitario e a molti altri organi. Questo sistema è noto appunto come “nervo vago”.

Il nervo vago è uno dei dodici nervi cranici che si estendono dal cervello nel corpo come un’intricata rete di radici. Queste reti nervose agiscono come linee di comunicazione tra il cervello e i numerosi sistemi e organi del corpo. Alcuni nervi cranici si occupano delle informazioni sensoriali che arrivano dalla pelle, dagli occhi o dalla lingua. Altri controllano i muscoli o comunicano con le ghiandole.

Il nervo vago, detto anche “decimo nervo cranico”, è il più lungo, il più grande e il più complesso dei nervi cranici e, per certi versi, è anche il meno compreso. Gli esperti hanno collegato la sua attività a malattie come l’emicrania, le infiammazioni intestinali, la depressione, l’epilessia, l’artrite e molti altri disturbi comuni. Più la scienza impara a conoscere questo nervo, più sembra che una migliore comprensione della sua funzione possa aprire nuove porte al trattamento di molti disturbi fisici e mentali.

Tiffany Field, direttrice del Touch Research Institute presso la University of Miami School of Medicine, spiega che le diramazioni del nervo vago sono collegate al viso e alla voce: «Sappiamo che le persone depresse hanno una bassa attività vagale, e ciò è associato a una minore intonazione e ad espressioni facciali meno attive», aggiunge. Una diramazione del nervo vago ad esempio scende nel tratto gastrointestinale: qui, una bassa attività vagale è associata a motilità gastrica rallentata, che interferisce con una corretta digestione.

Altre diramazioni del nervo vago sono collegate al cuore, ai polmoni e al sistema immunitario. L’attivazione o la disattivazione del nervo vago può dipendere da ormoni come il cortisolo (che regola lo stress) e la grelina (che regola l’appetito), dall’infiammazione prodotta dal sistema immunitario e da molti altri processi. «C’è un’enorme serie di eventi bioelettrici e biochimici di cui è responsabile il nervo vago, quasi impossibili da mappare», afferma la dottoressa Field.

Insomma, anche se non tutto è ancora chiaro, sembra evidente che il nervo vago abbia la funzione di governare il sistema nervoso parasimpatico, che aiuta a controllare le risposte di rilassamento del corpo. In parole povere, un’intensa attività vagale contrasta la risposta di stress dettata dal sistema nervoso simpatico. «Il sistema nervoso simpatico è regolato su due azioni: “lotta o scappa”,  il sistema nervoso parasimpatico invece è più rilassato», chiarisce Stephen Silberstein, professore di neurologia e direttore dell’Headache Center presso l’ospedale Thomas Jefferson di Philadelphia. Secondo Silberstein un’attività vagale intensificata rallenta la frequenza cardiaca e spegne l’infiammazione, innescando il rilascio di sostanze chimiche che calmano il sistema immunitario. Anche attivando il nervo vago attraverso la stimolazione elettronica si può avere una serie di benefici per la salute. «A seconda della frequenza della stimolazione, sappiamo che si può fermare un attacco d’asma o un attacco epilettico», spiega Silberstein. «Possiamo spegnere l’emicrania o la cefalea a grappolo e possiamo diminuire la percezione del reflusso acido».

Fino a non molto tempo fa questa stimolazione richiedeva un impianto chirurgico nel torace che trasmetteva impulsi elettrici direttamente nel nervo vago. Ma alcuni dispositivi più recenti e non invasivi sono in grado di stimolare il nervo vago quando vengono premuti sul collo. Silberstein spiega che i medici stanno esplorando l’uso della stimolazione del nervo vago per una vasta gamma di malattie e disturbi, comprese quelli mentali. Insomma, praticamente in tutte le condizioni mediche comuni che sono peggiorate dallo stress o dall’infiammazione, come l’artrite o la sindrome dell’intestino irritabile, le ricerche dimostrano che la stimolazione del nervo vago può aiutare a curarle o alleviarne i sintomi.

«Stiamo imparando sempre di più quanto sia critica l’attività vagale per l’attenzione e l’umore», afferma la dottoressa Field. Esistono già prove che la stimolazione del nervo vago possa migliorare la memoria di lavoro o aiutare le persone con disturbo da deficit di attenzione e iperattività. E già all’inizio degli anni Duemila, la FDA (l’agenzia americana che approva i trattamenti farmacologici) ha detto sì alla stimolazione del nervo vago per il trattamento di alcune forme di depressione.

Quello che gli studi mettono inoltre in luce è che si può stimolare il nervo vago anche con il massaggio e lo yoga, perché entrambi agiscono sui recettori di pressione sotto la superficie della pelle, su quelli situati in tutto il corpo e su quelli che si possono raggiungere solo con una pressione decisa o un allungamento profondo. «Alcuni studi dimostrano che i pazienti con emicrania hanno ridotta attività vagale», dice il dottor Silberstein. «Abbiamo cercato di risolvere il problema facendo yoga o meditazione con respirazione profonda, e abbiamo scoperto che molte di queste cose ci hanno permesso di attivare il nervo vagale». Insomma quasi tutto ciò che le persone trovano rilassante – meditazione, respirazione profonda – è associato a un’intensa attività vagale e del sistema nervoso parasimpatico. Un tocco leggero o una carezza sono eccitanti, mentre un abbraccio o una potente stretta di mano sono rilassanti: ma tutti attivano il nervo vago e l’attività parasimpatica.

C’è ancora molto sul nervo vago che la scienza non sa, ma man mano che i medici scopriranno nuove informazioni si potranno sperimentare modi più efficaci per alleviare il dolore del corpo e della mente.

Fonte: Elemental, 12/2019

 

Se vuoi essere creduto rispondi velocemente

Quando le persone fanno una pausa prima di rispondere a una domanda, anche solo per pochi secondi, le loro risposte sono percepite come meno sincere e credibili che se avessero risposto immediatamente, secondo una ricerca pubblicata dall’American Psychological Association. E più lunga è l’esitazione, meno sincera appare la risposta.

«Valutare la sincerità delle altre persone è una parte fondamentale delle interazioni sociali», dice l’autore principale dello studio Ignazio Ziano, dell’Ecole de Management di Grenoble. «La nostra ricerca mostra che la velocità di risposta è un segnale importante su cui le persone basano il giudizio sulla sincerità degli altri».

I ricercatori del team di Ziano hanno condotto una serie di 14 esperimenti che hanno coinvolto più di 7.500 individui di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. I partecipanti ascoltavano degli audio o guardavano il video di una persona che rispondeva a una semplice domanda (se, ad esempio, gli piaceva la torta fatta da un amico o se avevano rubato soldi sul lavoro). In ogni scenario, il tempo di risposta variava da immediato a un ritardo di 10 secondi. I partecipanti valutavano quindi la sincerità della risposta su di una scala di giudizio.

In tutti gli esperimenti i partecipanti hanno sistematicamente valutato le risposte ritardate come meno sincere, indipendentemente dalla domanda, sia quelle più innocue – ad esempio sulla bontà della torta – sia quelle più serie, come sull’aver commesso o meno un crimine.

In alcune condizioni, i ricercatori hanno scoperto che l’effetto si riduce. Ad esempio, se la risposta è considerata socialmente indesiderabile, come dire “no, non mi piace” quando un amico chiede se ti piace la sua torta, la velocità di risposta non sembra avere molta importanza; la risposta è considerata sincera sia che sia veloce che lenta. Inoltre gli studiosi hanno osservato che se i partecipanti pensavano che una risposta più lenta fosse dovuta a uno sforzo mentale (ad esempio, dover ricordare si era rubato delle caramelle 10 anni prima), anche in questo caso la velocità di risposta aveva un effetto minore.

Questi risultati hanno molte implicazioni, secondo Ziano: «Ogni volta che le persone interagiscono, giudicano reciprocamente la loro sincerità. I risultati del nostro esperimento possono essere applicati a una vasta gamma di interazioni, dalle chiacchiere sul posto di lavoro ai battibecchi fra coppie e fra amici. Inoltre, nei colloqui di lavoro o nei processi, le persone sono spesso giudicate in base alla sincerità. Anche qui dunque, la velocità di risposta potrebbe avere un ruolo».

Ad esempio immaginiamo che a un colloquio di lavoro il selezionatore chieda a due candidate, Ann e Barb, se conoscono davvero il linguaggio di programmazione Javascript, come sostengono. Ann dice di sì immediatamente, mentre Barb risponde di sì dopo tre secondi.

«Lo studio suggerisce che in questa situazione il responsabile delle assunzioni è più propenso a credere ad Ann che a Barb, e quindi è più propenso ad assumere Ann», ha detto Ziano.

Un altro ambito in cui il tempo di risposta può essere importante è in tribunale: «Sarebbe ingiusto per il testimone o l’accusato se il ritardo della risposta fosse attribuito erroneamente dalla giuria all’intento di “fabbricare” una risposta, quando in realtà può essere dovuto a un fattore diverso, come semplicemente l’essere distratti o riflessivi», ha detto Ziano.

Istruire esplicitamente i partecipanti a non tenere conto del ritardo di una risposta riduce l’effetto sul giudizio di sincerità o colpa, ha dimostrato inoltre lo studio, ma non lo elimina completamente. «Nel complesso la nostra ricerca mostra che una risposta rapida sembra essere percepita come più sincera, mentre una risposta ritardata anche di un paio di secondi può essere considerata una bugia “lenta”», conclude Ziano.

Articolo: Slow Lies: Response Delays Promote Perceptions of Insincerity, di Ignazio Ziano, PhD, Grenoble Ecole de Management, e Deming Wang, PhD, James Cook University. Journal of Personality and Social Psychology, pubblicato online il 16 febbraio 2021.

Accettare la nostra rabbia durante la pandemia

Durante le (due, tre?) ondate della pandemia abbiamo attraversato varie fasi: all’inizio molte persone  hanno trovato grande difficoltà ad accettare le restrizioni per contenere il virus, altre ci sono riuscite con maggiore facilità, altre ancora hanno trovato le risorse per resistere alla preoccupazione e vivere il lavoro e le relazioni perfino con  maggior impegno. Tuttavia, il perdurare del pericolo sanitario e lo stress delle chiusure/aperture, delle zone gialle, arancioni e rosse ha imposto a tutti nuovi adattamenti anche sotto il profilo psicologico e portato a un alternarsi di emozioni che non sempre è facile accettare o gestire.

Ad esempio l’esperta di psicologia Tamsen Firestone, ha raccontato nel suo blog come durante la primissima fase della pandemia, nella primavera dello scorso anno, si era impegnata con ottimi risultati nel cambiare il proprio stile di vita per adattarlo alle esigenze del lockdown (ormai lo sappiamo bene: lavorare in modalità smart, fare le riunioni su zoom, farsi consegnare la spesa a casa, passeggiare con il cane e cucinare). Dopo l’estate la dottoressa ha cominciato a sentire un ottundimento, un sottofondo di solitudine e tristezza, come un senso di essere «tagliata fuori da elementi significativi della mia vita», che è riuscita comunque a superare. Ma nell’ultimo periodo, con l’inizio del 2021, la dottoressa Firestone ha notato in lei l’emergere una nuova, inaspettata emozione: la rabbia. Un’emozione che però non riusciva ad accettare e nemmeno a capire fino in fondo: «Semplicemente non ha senso. Le cose stanno decisamente migliorando. Alcuni dei miei amici sono già stati vaccinati e probabilmente anche io lo farò presto. C’è la sensazione che non solo possiamo vedere la luce alla fine del tunnel, ma anche che nei prossimi mesi ci arriveremo effettivamente. Allora perché questa rabbia?».

Riflettendoci più approfonditamente, la dottoressa Firestone capisce che probabilmente la rabbia è legata allo sforzo compiuto durante tutti gli ultimi mesi per mantenere una visione positiva, impegnarsi al meglio nell’eseguire i compiti quotidiani. Pensavo, spiega, di non avere il permesso di arrabbiarmi, visto che tante persone intorno a me a soffrivano di problemi più gravi: «Arrabbiarsi è una debolezza e ho bisogno di essere forte. Essere arrabbiati significa essere egoisti e infantili».

Il cuore della questione è proprio qui: in realtà la rabbia spesso deriva dall’essere frustrati nel perseguire ciò che conta per noi. In questo senso, è un riconoscimento di ciò che è importante per ognuno di noi. Quando neghiamo la nostra rabbia, neghiamo ciò che è significativo per noi, ci “spegniamo” e perdiamo la nostra vitalità.

Essere arrabbiati per non poter incontrare i figli o i nipoti, abbracciarli, non potersi muovere o viaggiare, perfino essere irritati per non poter uscire a cena fuori non significa dunque che siamo egoisti o insensibili alla sofferenza degli altri. Non toglie la compassione, la gratitudine e l’ottimismo che proviamo davvero. C’è una gran differenza fra provare sentimenti di rabbia e agire in preda alla rabbia: se i sentimenti di rabbia sono accettabili e dovrebbero avere libero sfogo nella nostra coscienza, la stessa libertà non vale per le nostre azioni. Abbiamo la piena responsabilità di tutti i nostri comportamenti verso gli altri e farsi trascinare dall’ira è sicuramente una risposta sbagliata, anche in una situazione difficile.

Inoltre, per gli adulti provare rabbia permette di lasciarla andare e proseguire oltre. Commenta infine la dottoressa Firestone: «Forse il fatto che questo incubo sembra volgere al termine mi ha permesso di rendermi conto che sono arrabbiata.  E mi sono sorpresa nello scoprire che non sono l’unica, le persone con cui ho parlato di recente hanno espresso la stessa frustrazione, impazienza e irritabilità. E hanno provato la stessa confusione e disapprovazione per le loro reazioni. Insomma, anche se so che tutti i sentimenti sono naturali e fanno parte dell’essere umano, continuo a dimenticare che essere arrabbiati va bene. Devo ricordarmi di accettare la rabbia con la stessa semplicità del Dalai Lama, che pare abbia detto: “Se un essere umano non mostra mai rabbia, allora penso che qualcosa in lui non va”».

Ph: Minervastock; courtesy Depositphoto.

Pensi di essere un “fake”? Non sei il solo, è la sindrome dell’impostore

“Un giorno gli altri scopriranno chi sono veramente, e allora sarò nei guai”: milioni di persone ogni giorno hanno preoccupazioni di questo tipo. Sono i pensieri che caratterizzano la sindrome dell’impostore, che può impedire alle persone di godersi i propri successi e vivere la vita con serenità.

La dottoressa Susan David è un’esperta nel campo e aiuta le persone ad affrontare la sindrome dell’impostore da molti anni. In un articolo apparso su McLean (Harvard Medical School) scrive che: “Possiamo definire la sindrome dell’impostore il pensare che siamo incompetenti o non abbastanza bravi, nonostante le prove del contrario”. Impiegati che pensano di non meritare un aumento o una promozione nonostante anni di ottimo lavoro, studenti che si sentono fuori posto tra i loro compagni di classe anche se hanno voti alti, amici che si sentono immeritevoli di essere accettati e temono di essere “scoperti”. Sono tutti esempi di come può manifestarsi la sindrome dell’impostore.

La dottoressa David spiega che la maggior parte delle persone sperimenta la sindrome dell’impostore nel corso della propria vita: «È importante sottolinearlo, perché molti pensano di essere i soli a sentirsi così. Invece capita a tanti, comprese persone altamente efficienti e competenti». Lo racconta ad esempio l’imprenditore tech australiano Mike Cannon-Brookes in una divertente Ted Conference del 2017, parlando della sua storia. Anche mentre riceveva un premio internazionale si sentiva «di non meritare di essere lì, di non essere all’altezza e che a un certo punto qualcuno lo avrebbe capito e ci avrebbe rispediti a casa, in Australia».

 

La sindrome dell’impostore si manifesta spesso e volentieri negli ambienti di lavoro. Ci sono persone anche molto competenti su un argomento che però nelle riunioni restano in silenzio, pensando fra sé: “Come sono capitato in questa stanza con persone che sono chiaramente più intelligenti di me? Scopriranno subito che sono un falso”. Il problema può ulteriormente complicarsi quando la sindrome dell’impostore si unisce a pregiudizi culturali: «Io lavoro molto con scienziate. Sono professioniste con abilità e competenze verificate sul campo, ma molto spesso si trovano in situazioni lavorative in cui sono le uniche donne. E qui entrano in gioco i pregiudizi e gli stereotipi: queste donne, che già sono in una posizione stressante, possono chiedersi se hanno davvero diritto di essere lì o stanno solo “fingendo”», spiega la dottoressa.

Non c’è una sola causa della sindrome dell’impostore. Tuttavia genitorialità, cultura e personalità giocano un ruolo importante. «Quando ci viene insegnato che il valore di una persona è legato solo a ciò che sa (come ad esempio all’andare bene a scuola), la possibilità di “non sapere” qualcosa può sollevare problemi di identità e di conseguenza far nascere la paura di essere “scoperti”. Spesso troviamo la sindrome dell’impostore nei perfezionisti o in persone estremamente coscienziose, che si preoccupano sempre di fare un lavoro di qualità e di dare un contributo efficace». Preoccuparsi della qualità del proprio lavoro e dell’impatto del proprio contributo è solitamente qualcosa di positivo, tuttavia, «dove queste qualità diventano un problema è quando sono legate al proprio senso di valore, o quando ci si identifica così tanto con queste qualità da non essere flessibili».

Indipendentemente dalla professione, dal sesso, dall’età o dalla cultura, chiunque soffra di sindrome dell’impostore può fare molto per affrontarla e sconfiggerla. «Sii compassionevole con te stesso», raccomanda la dottoressa David. «Comprendi che i tuoi pensieri e sentimenti possono derivare dall’essere un perfezionista o autocritico. Sappi che stai cercando di fare un buon lavoro in circostanze complicate. Capiterà qualche volta che non saprai la risposta e che le cose saranno difficili».

La dottoressa David invita le persone a non cercare di respingere i pensieri negativi, ma di provare a riaffermare le cose che apprezzano di più. «Quando le persone si concentrano sui loro valori, come la crescita personale o l’apprendimento o chi vogliono davvero essere, sono maggiormente attente a ciò che più importa e meno inclini ad ascoltare la voce della sindrome dell’impostore».  

“Marasma”, un film per non dimenticare le donne e i bambini nei manicomi

Una storia di cui si sa poco e per questo forse tanto più dolorosa: è quella dei bambini e delle donne internati nei manicomi prima che la rivoluzionaria legge Basaglia li chiudesse per sempre nel 1978. La racconta Cinzia Lo Fazio, autrice e produttrice del documentario Marasma, diretto dal regista Luigi Perelli e presentato il 29 gennaio in un evento Zoom promosso dalla Società Italiana di Psichiatria Democratica insieme al Centro Studi e Documentazione “Luigi Attenasio-Vieri Marzi“.

Come ha spiegato l’autrice durante l’incontro, il titolo del film (vincitore del Caorle Film Festival 2020) è nato durante le sue ricerche all’ex manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma: le cartelle cliniche dei piccoli pazienti riportavano spesso come causa di morte la parola “marasma”. «Un termine che mi ha subito colpito moltissimo: ho scoperto poi che in medicina indica un estremo deperimento fisico e mentale. Quei bambini morivano di stenti nelle strutture che avrebbero dovuto curarli».

E i racconti che fanno i sopravvissuti, uomini e donne oggi 60-70enni profondamente segnati da quella terribile esperienza, sono atroci. «Ogni notte ci legavano mani e piedi al letto con delle fascette, ma alcuni potevano rimanere legati così anche settimane o mesi», ricorda Angelo, portato dalla madre a 6 anni a Villa Azzurra a Grugliasco (Torino), «Era come stare in croce: dico sempre che forse non sono più cattolico perché in croce ci sono già stato».  Chi entrava in quelle camerate con pazienti immobilizzati al letto per giorni e mai puliti veniva assalito dal fetore nauseabondo di escrementi. «Quell’odore di urina e segatura non te lo scordi finché vivi», rammenta ancora Angelo.

Il giornalista Alberto Gaino, autore del libro Il manicomio dei bambini, precisa che molti dei bambini rinchiusi negli istituti erano i figli più poveri e fragili del boom economico e demografico degli anni Sessanta, gli ultimi delle numerose famiglie di emigranti che si trasferivano nelle città del Nord per lavorare e non riuscivano a occuparsi di loro. Ancora fino ai primi anni ’70, ricorda il neuropsichiatra infantile Maurizio Andolfi, «la psichiatria infantile era relegata letteralmente negli scantinati: a volte genitori poverissimi ci portavano i figli avvolti nella carta di giornale». Secondo alcune stime furono circa 200mila i bambini rinchiusi in 5000 strutture italiane pubbliche e private, dal dopoguerra al 1978.

Si finiva in veri e propri lager come Villa Azzurra per molto poco, a volte bastava essere figli illegittimi: da lì si cominciava una discesa all’inferno che spesso durava tutta la vita, passando direttamente dal manicomio dei minori a quello degli adulti. È la «pedagogia nera» ben descritta da Antonello D’Elia, presidente di Psichiatria Democratica, nel presentare Marasma.

Nei manicomi venivano rinchiusi non solo i bambini ma anche le donne, magari perché avevano avuto figli fuori dal matrimonio o si rifiutavano di sposarsi con uomini scelti dalla famiglia. «La società era pronta a glorificare il femminile quando si esprimeva nelle forme canoniche e accettabili  di sposa e madre, a mortificarlo invece quando veniva visto come eterodosso», nota Annacarla Valeriano (autrice di Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista, 2017).

Ascoltando oggi le storie di questi ex pazienti sembra incredibile che alcuni di loro ce l’abbiano fatta, sopravvivendo alla violenza, all’abbandono, agli elettroshock. «Eppure ci sono riusciti, e proprio attraverso storie di riscatto come quella di Angelo Marasma vuole essere un messaggio di speranza», commenta Cinzia Lo Fazio, «oltre che fare luce anche per un pubblico non specialistico su un fenomeno di cui non si sa ancora abbastanza».

Perché, come hanno notato molti dei relatori durante l’evento di presentazione, il pericolo sempre dietro l’angolo è che le logiche dell’istituzione manicomiale, permeate dall’idea di segregare e annullare i diversi o i più deboli, possano ritornare sotto altre forme se non ne manteniamo viva la memoria.

 

 

La salute mentale degli adolescenti è ancora più a rischio con il Covid

In Italia i servizi psichiatrici per gli adolescenti sono da sempre molto carenti e, a fronte di un periodo durissimo con il primo lockdown primaverile, le restrizioni contro la pandemia degli ultimi mesi e le incertezze sulla scuola, la sofferenza psicologica dei più giovani rischia di non trovare chi possa curarla adeguatamente. Un dato fra tutti: se consideriamo che in tutta Italia i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori sono soltanto 92, capiamo come spesso i ragazzi che hanno bisogno di un ricovero si ritrovino accanto a pazienti adulti o in reparti pediatrici generici, del tutto inadatti a seguirli come avrebbero bisogno.

I numeri che emergono dagli operatori sanitari sono davvero preoccupanti: gli atti di autolesionismo e di tentativi di suicidio fra gli adolescenti sono in aumento ormai da qualche anno, e il carico di ansia e stress portato dalla pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione. I ragazzi si fanno male tagliandosi sulle braccia, le gambe, alcuni arrivano a tentare il suicidio gettandosi dalla finestra o ingerendo grandi quantità di tachipirina o mix letali di pillole.

Come spiega a L’Espresso il Prof. Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: «Vediamo negli anni un incremento notevolissimo delle attività autolesive e dei tentativi di suicidio: nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Sebbene le statistiche ufficiali ci dicano che il numero dei suicidi è in leggero calo tra gli adolescenti, l’attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentativo di suicidio».

Numeri allarmanti arrivano anche all’ospedale Regina Margherita di Torino: i ricoveri per tentato suicidio nel Reparto di Neuropsichiatria infantile sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e, nello stesso periodo, nel Day hospital psichiatrico, l’ideazione suicidaria è passata dal 10% all’80% dei pazienti in carico.

Anche senza arrivare alla sofferenza che si manifesta in atti di autolesionismo o in tentativi di suicidio, in questi mesi resi difficili dall’angoscia per la pandemia, dalla privazione di molti dei contatti sociali “fisici” e dai problemi della didattica online i ragazzi manifestano, com’è comprensibile, emozioni molto negative: amarezza e pessimismo sono i tratti che evidenziano per primi, ad esempio, in una recentissima indagine Ipsos su I giovani ai tempi del Coronavirus. La rilevazione, condotta per Save the Children su studenti tra i 14 e i 18 anni, certifica che per il 46% degli adolescenti il 2020 è stato un “anno sprecato”.  Alla domanda “Cosa pensi che accadrà dopo il vaccino?” solo il 26% ritiene che “tornerà tutto come prima” mentre la stessa percentuale pensa che “continueremo ad avere paura”, e il 43% ritiene che anche dopo il vaccino, “staremo insieme in modo diverso, più online”.



 




 

Padri e figlie, insieme contro gli stereotipi

Girolamo Grammatico, coach umanistico (fra poco ci spiegherà cosa significa) ha scritto un libro che tutti i papà dovrebbero leggere. Ma anche se l’ha intitolato Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”, contiene spunti preziosissimi per ogni genitore e più in generale per chiunque voglia saperne di più su questioni come sessismo, maschilismo, patriarcato, tanto per citare alcuni dei concetti che ricorrono di più nella riflessione di Girolamo, che ha una capacità speciale di “smontarli” delicatamente pezzo per pezzo.

L’obiettivo dichiarato del tuo libro è ambizioso, lo cito per intero: «Cogliere l’opportunità del rapporto fra padre e figlia per indagarlo dal punto di vista del coaching, offrire uno strumento ai genitori per migliorare la propria competenza educativa e realizzare un effetto domino di rinnovamento culturale». Rapporto padre e figlia, dunque: cominciamo da qui?

Se la nascita di un figlio è sempre qualcosa che ti cambia la vita, per un uomo quella di una figlia è l’opportunità per una riflessione ulteriore. Mia figlia Gaia, di 9 anni, mi chiede che padre sarò o, meglio, che padre desidero essere, ponendomi subito una questione di genere: io sono un maschio, comincio a rendermi conto che il mondo è maschio-centrico, come voglio dunque gestire il problema? Ecco, se un padre si fa queste domande ha già messo un piede fuori dallo stereotipo. Se non se le fa, è probabile che viva la propria vita e la relazione con sua figlia col “pilota automatico”, rischiando di crescere una figlia sottomessa o ribelle non perché è il suo carattere, ma perché non è stato capace di costruire con lei una relazione matura.

Un altro elemento fondamentale di Padri e figlie è il coaching. Che tipo di coach sei e in che cosa il tuo lavoro ti aiuta nell’apprendimento alla genitorialità?

Io sono un coach umanistico, la tipologia di coaching che allena le potenzialità della persona e parte da queste affinché diventino virtù ed eventualmente talenti, eccellenze. Il coach umanistico non agisce direttamente sul problema, ma sulle risorse interiori affinché da lì nascano le soluzioni. Si tratta di un approccio sì filosofico, ma anche e soprattutto pratico, perché il coach (da qui il nome) deve mirare all’allenamento dell’altro: non si deve limitare al dialogo con il suo coachee (cliente), ma appunto deve essere fedele al mandato di coaching che significa allenamento, esercizio. E si tratta di un allenamento alla portata di tutti: lo provi, se funziona bene, sennò lo cambi, senza remore e sensi di colpa.

E quindi fai il coach di tua figlia?

Assolutamente no! In questo caso sono solo il coach di me stesso. Infatti, quando mi capita di esagerare, è proprio Gaia che me lo fa notare: dài papà, ora basta con questa saggezza… Succede ad esempio quando, guardando un film, colgo lo spunto per un qualche discorso e lei fiuta subito l’aggancio educativo, pedante, fermandomi. Un altro esempio: l’altro giorno mia figlia doveva comprare un regalo per una sua amica, le ho suggerito qualcosa e mi ha risposto sicura che «non tutte le famiglie sono femministe». Oltre al fatto che Gaia è una persona a me vicina, un mio familiare, questo accade per un motivo da manuale: non si può fare coaching se non c’è domanda di coaching. E sicuramente i bambini non vengono a chiederti di allenarli…

Girolamo Grammatico, autore di Padri e figlie
Girolamo Grammatico, autore di “Padri e figlie – Allenarsi alla parità di genere”

Nel libro auspichi che l’educazione alla parità di genere in famiglia possa avere un effetto domino sulla società. Quali sono ancora oggi le barriere da abbattere?

Sicuramente il bersaglio principale resta la cultura patriarcale. Che ha due limiti principali, oggi sempre più evidenti: la scarsa capacità di gestire le emozioni e di comprendere le diversità. Parto da questo secondo punto, caldissimo: il patriarcato teme le diversità perché è rigido e verticistico, mentre la diversità è parallela, composita, eterogenea. Il patriarcato vede il mondo diviso in maschi e femmine bianchi ed eterosessuali, ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va: il mondo è più complesso, ricco, “sottosopra”. Quello che dobbiamo fare è educarci alla diversità, accettandola non passivamente ma come alterità da comprendere. Certo, in molti fanno fatica – e anch’io mi ci metto qualche volta – a capire tutte le sfumature della diversità, ma l’atteggiamento migliore è quello del curioso, come se dovessimo fare un “collaudo” delle nostre convinzioni (prendo a prestito quest’idea da Bruno Mastroianni). Ed è un concetto interessante, perché “collaudandosi” si arriva a qualcosa che supera quello da cui si è partiti. Anche sul primo punto, la scarsa alfabetizzazione ai sentimenti, c’è molto da fare. Siamo purtroppo abituati a identificare ed esprimere pochi sentimenti base, come gioia, dolore, rabbia, paura, tristezza. Ma c’è un vocabolario dei sentimenti vastissimo e quando mi alfabetizzo ai sentimenti li riconosco anche negli altri, entro in empatia con molta più facilità. Del resto, come aveva capito l’antropologo Robert Levy già cinquant’anni fa, se ti mancano le parole per raccontare il tuo mondo interiore l’unico modo che hai per esprimerti è la rabbia.

A proposito di parole: è lì che si annidano molte trappole del sessismo…

Espressioni come “non fare la femminuccia, donna al volante, guarda che bravo mammo”: sembrano innocue, ma dietro nascondono una visione del mondo stereotipata e discriminatoria, in cui raramente le parti si invertono. La forza del patriarcato oggi è che non si presenta più con la faccia severa del passato, ma con il volto benevolo di chi è superiore alle mode, è inclusivo, paternalistico. Intendiamoci: non dico che dobbiamo star lì a puntualizzare su ogni cosa, ma quando abbiamo l’occasione di smontare questi meccanismi anche linguistici con i nostri figli, ebbene facciamolo. E a quelli che mi chiedono: ma tu cosa faresti per rimediare alla crisi del maschile? Rispondo che già vedere tutto questo come una crisi del maschile è inquadrarlo secondo un’ottica patriarcale, è il maschilismo che si ribella. Questo non è il maschile: il maschile è corale, è fatto di tante cose, non di stereotipi.

Vorrei chiudere la nostra chiacchierata con uno dei workout che proponi nel libro: «Per la prossima settimana, ogni volta che parlerai con una donna ascolta in silenzio fino alla fine. Non intervenire finché non richiesto e non dare consigli se non ti vengono espressamente domandati». Con questo “esercizio” metti il dito in un punto dolente, quello che in inglese si chiama mansplaining.

Viene da man ‘uomo’ + explain ‘spiegare’ ed è qualcosa che probabilmente tutte le donne hanno sperimentato prima o poi: indica l’uomo (un capo, ma anche un compagno, un marito, un amico) che arringa una donna come se sapesse tutto lui, quando magari invece è lei che ne sa di più. Questo esercizio, che viene dalla comunicazione empatica, va però al di là della questione della parità di genere: aiuta a educarci all’ascolto, una capacità che usiamo molto poco, abituati come siamo a parlare più forte per avere ragione. Quante volte ci succede che mentre il nostro interlocutore parla stiamo già pensando alla risposta? È sempre un retaggio della cultura autoritaria in cui siamo cresciuti. Il workout che hai ricordato ci aiuta a rimanere focalizzati sull’interlocutore, senza annullarci, ma rendendoci consapevoli di questi meccanismi invasivi e condizionanti che ci allontanano da una vera connessione con l’altro e l’altra.

Ph: Mael Balland (Unsplash).

 

 

Esce in Italia il libro più diffuso negli USA per i familiari di persone con disturbo borderline

È uscito da poco per Erickson il volume “Superare il disturbo borderline di personalità” di Valerie Porr, fondatrice dell’onlus internazionale TARA (Treatment And Research Advancements for Borderline Personality Disorder): non un testo accademico, ma una vera e propria Guida pratica per familiari e clinici, come recita il sottotitolo. altrimenti ne ha parlato con le due curatrici dell’edizione italiana: Elisabetta Pizzi, psicologa e psicoterapeuta DBT, e Francesca Gallini, pediatra e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Elisabetta, cominciamo con lo spiegare che cos’è il disturbo borderline di personalità.

EP: Il disturbo borderline di personalità è essenzialmente un disturbo del sistema emotivo: le persone che presentano questa diagnosi hanno una vulnerabilità emotiva, su base biologica, che consiste nell’avere emozioni molto più intense degli altri e grande difficoltà nel gestirle, ad esempio difficoltà a tornare calmi se si arrabbiano, a placare l’agitazione se sono particolarmente ansiosi o a riattivarsi se sono depressi o tristi. La difficoltà di cui parliamo è appunto biologica e le persone che soffrono del disturbo senza un trattamento specifico non riescono a gestire questa parte emotiva, pur  desiderandolo intensamente:  hanno assoluto  bisogno di un allenamento psicologico mirato ad  abbassare l’intensità delle loro emozioni.

Un’altra caratteristica è che le persone con disturbo borderline di personalità si attivano con pochissimo: a volte basta anche lo sguardo di una persona che magari per motivi propri è arrabbiata per farli sentire rifiutati o attaccati. È come se vivessero faticosamente in un mondo che attiva tanti stimoli e da cui in qualche modo si devono difendere, è come se avessero continue esplosioni emotive interne che possono portarli ad avere molti problemi relazionali. Il dolore che questi pazienti provano a volte arriva a essere così intenso da far nascere in loro idee suicidarie e comportamenti autolesivi o parasuicidari (ovvero comportamenti che non sono finalizzati a uccidersi ma che possono comunque portare alla morte, come guidare sotto l’effetto di stupefacenti o alcol e tagliarsi le braccia). Questa vulnerabilità emotiva li porta a essere molto impulsivi.  Una delle emozioni che gestiscono con più difficoltà è la rabbia, per cui a volte hanno degli scatti d’ira violenti; oppure sperimentano stati di solitudine fortissima, anche se si trovano in presenza di altre persone, o di vera e propria angoscia se devono esporsi in situazioni di performance. Per tutti questi motivi faticano ad avere relazioni, anche perché nei momenti di crisi possono arrivare ad avere comportamenti aggressivi nei confronti dei loro familiari, che vivono a loro volta in uno stato di grande sofferenza.

Da che età si può cominciare a parlare di disturbo border?

EP: Tradizionalmente i protocolli medici imponevano che la diagnosi si facesse solo dopo i 18 anni, ma da un po’ di tempo esperti soprattutto statunitensi hanno iniziato a parlare di diagnosi precoce, anticipandola anche all’inizio dell’adolescenza. Oggi si incentiva proprio la diagnosi precoce, per poter intervenire prima possibile e prevenire il carico di sofferenza che altrimenti questi pazienti sono destinati ad accumulare negli anni. Se parliamo di vulnerabilità genetica, probabilmente si potrebbero vederne i sintomi fin dall’infanzia, ma non ci sono ancora studi evidence based che dimostrino quali tipologie di vulnerabilità infantile possono portare allo sviluppo del disturbo borderline. Guardando ai dati, in Italia non esistono studi epidemiologici specifici, ma gli studi internazionali indicano un tasso di incidenza del disturbo border fra l’1 e il 5%. Numeri molto significativi, insomma.

Il lavoro di Valerie Porr è molto noto negli Stati Uniti, ma ancora non Italia: Francesca, come avete incontrato questo libro e perché è importante averlo tradotto?

FG: Me ne parlò tempo fa un familiare di Genova, Barbara Corbin: quando l’ho letto per la prima volta in inglese ne sono rimasta folgorata. Finalmente un libro che insegnava ai genitori, con un linguaggio chiaro per non addetti ai lavori e ricco di esempi pratici, che cos’è questo disturbo e come gestirlo. Con Elisabetta e altre mamme di Genova ci siamo presto rese conto che in italiano non esisteva niente di simile e che dunque era necessario venire incontro al bisogno di tanti pazienti e delle loro famiglie, dando loro soprattutto la speranza che si può per davvero stare meglio. Il concetto alla base del volume è che intorno alla persona che soffre c’è un’intera famiglia che soffre e di cui nessuno si occupa. Inoltre, se si fanno dei trattamenti sui pazienti molto gravi che vivono in casa o sugli adolescenti senza integrare la famiglia, si rischia che siano quasi inefficaci: dunque, se si vuole curare i pazienti border, diventa fondamentale prendersi carico anche delle loro famiglie. Valerie Porr racconta poi molto bene perché spesso i familiari delle persone con il disturbo borderline di personalità hanno difficoltà ad essere credute e capite dagli amici o altri familiari. Spiega infatti che i border possono avere una “competenza apparente”: in alcuni ambienti (come la scuola o il lavoro) funzionano sufficientemente bene, mentre a casa, in un ambiente emotivamente più coinvolgente, tirano fuori tutti i loro sintomi. E spesso i familiari, che hanno a che fare con loro in questi momenti di disregolazione, se parlano con persone esterne, hanno la sensazione di inventarsi le cose.  Innanzitutto quindi leggere nero su bianco che non sono soli e che la loro esperienza è condivisa da molte altre persone può dare a questi familiari immediato sollievo.

Valerie Porr insegna ai genitori delle tecniche per la gestione del disturbo border basate su due metodologie scientificamente riconosciute: la DBT e il trattamento basato sulla mentalizzazione. Di che si tratta?

EP: È un punto molto importante. Per quanto riguarda la DBT, ideata da Marsha Linehan, è attualmente uno dei trattamenti più diffusi ed efficaci del disturbo border, con più di 20 studi di efficacia (contro i 2-3 degli altri trattamenti). Un elemento chiave di questa terapia è lo sviluppo della capacità di accettare la vita così come è. L’“accettazione” è qualcosa che devono imparare in primo luogo i pazienti stessi, che purtroppo si trovano a dover accogliere un passato e un presente di profonda sofferenza e un futuro spesso molto incerto, ma Marsha Linehan ribadisce anche l’importanza di insegnare l’accettazione ai terapeuti, che devono a loro volta accettare i comportamenti difficili di questi pazienti (che possono essere anche molto aggressivi nei loro confronti, non venire alle sedute, rifiutarsi di pagare e così via), senza essere punitivi e puntando invece alla comprensione dei meccanismi che li mantengono e al cambiamento in base a dei tempi realistici.  

Il trattamento basato sulla mentalizzazione si fonda invece sugli studi degli inglesi Peter Fonagy e Antony Bateman (2004), secondo cui chi ha un disturbo border non ha sviluppato un’adeguata capacità riflessiva sui propri pensieri ed emozioni e su quelli degli altri. Secondo questi scienziati per curare il disturbo borderline è necessario insegnare ai pazienti a riflettere sui propri pensieri ed emozioni e sui fraintendimenti che possono nascere a livello relazionale con gli altri. Anche questo trattamento è risultato efficace dal punto di vista scientifico. Su presupposti in parte simili si basa anche la terapia metacognitivo-interpersonale, un trattamento tutto italiano, anch’esso studiato scientificamente e con prove di efficacia, che è stato sviluppato qualche anno prima rispetto agli studi di Bateman e Fonagy presso il Terzo Centro di Psicologia Cognitiva, un centro clinico e di ricerca di eccellenza per la cura dei disturbi di personalità che ha sede a Roma. Anche secondo questi studiosi, quindi, riuscire a stimolare un pensiero consapevole sui propri impulsi aiuta a ridurre la reattività emotiva delle persone.
Basandosi su questo tipo di studi, Valerie Porr aiuta i familiari a usare modalità più riflessive nell’analisi delle situazioni relazionali con i loro figli, stimolando la capacità di  “mentalizzazione” dei genitori.  

Da quanto descrivete sembra che il libro possa essere una guida fondamentale per chiunque vive con una persona con disregolazione emotiva…

FG: Proprio così: tuttavia può essere di grande aiuto anche per chi sta accanto a una persona traumatizzata, per farla vivere in un ambiente meno sollecitante dal punto di vista della riattivazione relazionale. In generale è un libro molto utile per tutti i familiari che si rapportano a un proprio caro con disregolazione emotiva, ossia con chi ha delle emozioni molto forti, che sia una persona traumatizzata o con disturbo bipolare o con disturbo borderline. Addirittura si potrebbe dire che è un libro utile a tutti: le tecniche che insegna, dalla validazione all’accettazione radicale e alla mentalizzazione, servono a ognuno di noi nel quotidiano, col collega nervoso, con la cameriera al ristorante che è troppo indaffarata per vederti, con  l’automobilista disattento che ti viene addosso con la macchina. Del resto, forme di disregolazione emotiva dovute anche a dei piccoli traumi possiamo averle tutti, dipende da ciò che ci accade nella vita.

Se doveste indicare il concetto di questo libro che volete arrivi a più persone possibile, quale sarebbe?

FG: Cito una frase secondo me illuminante: “Con i vostri cari dovete decidere se avere ragione o essere efficaci”. Nel senso che è più importante trovare un modo di entrare in relazione con gli altri e riuscire a farsi capire piuttosto che intestardirsi cercando di dimostrare di avere ragione. Quello che conta è ottenere il risultato e aiutare il nostro familiare in difficoltà.

EP: A mio parere è fondamentale che i genitori imparino a esigere terapie evidence-based per i loro figli. Può sembrare assurdo, ma ancora da troppe parti vengono impiegate cure che non sono verificate scientificamente. Spero che la lettura di questo libro aiuti le famiglie a fare domanda di cure davvero adeguate e convalidate, in modo da obbligare i servizi sanitari a dare risposte altrettanto adeguate.

Ph: Porcellane “kintsugi”, antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti con la polvere d’oro.

 

Auguri da altrimenti!

altrimenti è lieta di augurare un sereno 2021 a tutti i soci, gli amici e donatori e di condividere i progetti avviati con il loro sostegno nel corso del 2020. Eccoli:

– insieme all’Istituto Nazionale di Bioarchitettura stiamo lavorando a un grande progetto di Biovillaggi destinati a percorsi di autoimpiego per persone con vulnerabilità psicosociali.

– un gruppo di ex pazienti ha dato vita a Ceramicando, una produzione artigianale di ceramica che si avvia a diventare una piccola impresa.

– abbiamo contribuito a formare 30 terapeuti in DBT (terapia dialettico comportamentale) per la cura del disturbo borderline, sensibilizzandoli in particolare all’inclusione dei genitori nel percorso terapeutico.

– a cura dell’associazione è da poco uscita la traduzione italiana del libro di Valerie Porr Superare il disturbo borderline di personalità. Una guida pratica per familiari e clinici (Erickson): un testo fondamentale per capire il disturbo border, pensato non solo per gli addetti ai lavori ma soprattutto per i familiari dei pazienti.

– i nostri terapeuti hanno condotto la formazione agli operatori della Casa di Francesco, una casa-famiglia per persone con grave disturbo borderline di personalità.

– abbiamo lanciato un sito finalizzato alla divulgazione scientifica relativa ai disturbi, ai trattamenti di psicoterapia che risultano efficaci per aiutare le persone con difficoltà emotiva e i loro familiari a orientarsi nel difficile mondo della salute psicologica.

Anche per il 2021 abbiamo bisogno del vostro sostegno per continuare a occuparci di persone con fragilità e a diffondere presso pazienti, familiari e medici metodi di cura convalidati scientificamente. Perché la salute psicologica non deve essere un privilegio per pochi, ma un diritto di tutti. 

DONA ORA!